Alla fermata del Blues - THE ITALIAN SOUL
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blues

Alla fermata del Blues

Uno dei generi più antichi mai esistiti, il blues, nasce come comunicazione non verbale tra gli schiavi che venivano deportati per lavorare nelle cotton belt in America a fine ‘800. Aspettate, lo scrivo a parole: A FINE OTTOCENTO. Quante storie, vite ed immagini saranno passate attraverso quelle note, che nel corso dei secoli si sono evolute, sono state studiate, usate, capite e soprattutto sono state pronunciate in un linguaggio comprensibile, “l’americano”, facendo diventare una musica di protesta di un popolo solo il primo vero esempio di musica popolare nazionale. Ricordo che durante la master class di un famoso chitarrista statunitense (Mr. Steve Trovato), bianchissimo, specializzato ed appassionato di folk americano,  la sezione dedicata al blues lo rabbuiò parecchio, non solo per i temi di dolore, schiavitù e razzismo dei quali gli “americani” bianchi si sono macchiati durante – e purtroppo non solo – quel periodo, ma anche proprio per il taglio lirico, sentimentale e passionale che la musica, quella musica, è riuscita a creare a donare. Comunicazione non verbale, anche se racconta storie di esperienze e vissuti.

Come tutte le altre forme espressive il blues si è evoluto ed ognuno ne ha dato visioni nuove, interpretazioni, impreziosendo soprattutto da un punto di vista tecnico il favoloso mantra delle dodici misure. Solisti e personalità, ecco cosa immediatamente viene fuori se ascolti un pezzo blues, il giro e l’incedere, il turn around, e poi espressione, espressione pura, e tanta. In questi, mettiamo, 216 anni, chissà quanti solisti hanno lasciato un segno nel genere e quanti hanno “raccontato”, magari senza mai usare neppure una parola.

Conosco persone che hanno una vera passione per questa pronuncia; alcuni la amano da un punto di vista storico, altri trovano la propria “voce” nell’interpretazione solistica. Nella sua semplicità ritmica, l’intenzione del linguaggio è difficilissima, richiede un balance impeccabile, poco spazio per i fronzoli e tantissima coerenza e solidità, oltre alle (ovvie per tutto ciò che si suona) competenze tecniche minime per potersi esprimere o essere efficaci. È un genere in qualche modo di ruolo, storicamente, ma talmente tanto affascinante che, come l’ingrediente segreto dei vetri prodotti da un cinematografico Celentano in Asso, è stato mischiato a tutto, anche perché è, in qualche modo, tutto. È  scheletro, fondamenta, tanto coinvolgenti e solide che gruppi come i Rolling Stones ci hanno creato un impero, giustamente a mio avviso, diventando la prima vera tribute band di sempre, una tribute band al blues. Bianchissimi ed inglesissimi che creano musica e storie su una base prettamente blues. Scusate se è poco!

Ho bazzicato ed in qualche modo bazzico l’ambiente del blues perché è proprio l’impasto madre dal quale si ramifica tutta la musica che amo e, come in qualsiasi altro genere quando diventa un po’ à la page, le personalità che si trovano all’interno sono molteplici: nostalgici, archeologi, innovatori, integralisti e tuttologi. Una cosa che non smette mai di darmi fastidio è quella che come al solito si fanno gare e non si finisce mai di farlo diventare una scienza esatta, quando di esatto, di fondo non ha proprio nulla se non lo svolgere di un mondo fatto in 12 misure. È una pronuncia e va trattato – rispettandone le caratteristiche di base – esattamente come ogni altro genere, quindi va suonato a tempo, ha delle dinamiche proprie ed il ritmo è la colonna portante di ogni schitarramento, armonicamento, mandolimento, sviolinamento che ci si voglia mettere sopra. Non è che dato che è blues non si vede l’ora di arrivare all’assolo ed una volta lì magicamente ci si trasforma in artisti nati sulla foce del Mississippi.

Pur quanto noi si possa diventare bravi nel genere siamo sempre diversi rispetto a quello “originale”, sempre. Storicamente, se vogliamo raccontare storie di “sofferenza, deportazione, schiavitù e depersonalizzazione”, siamo proprio da un’altra parte, che non vuol dire che non le possiamo capire e ne siamo avulsi ma che le nostre sono MOLTO più antiche, contestualizzate in un’epoca diversa e diverse – sempre sofferenti – modalità. Anche qui, al di la chi ama proprio fare “archeologia musicale” ricreando – in maniera quasi impossibile – un suono che è evoluto in un arco così ampio di tempo, vale la pena di processare un proprio modo di avvicinarsi al linguaggio, in primis conoscendolo.

Personalmente non mi considero uno che ha sentito la “chiamata”, ho preferito altri percorsi, ma dal passare di lì, in qualche modo, non puoi esimerti, se ti piace la black music. Leggo e mi documento e soprattutto lo vivo suonandolo – con estremo rispetto ed a mio modo – con persone che ne hanno una percezione quadridimensionale (grazie Mr. Delfino e Mr. Canepa) talmente profonda ed appassionata da farmene capire la valenza sociale e sociologica piuttosto che prettamente musicale. Dati importantissimi per suonare questo affascinantissimo genere, soprattutto da bianco, italiano.

Ognuno di noi ha il sacrosanto diritto di amare profondamente un linguaggio musicale, quello che non capisco è la trasformazione da amante di una pronuncia a tifoso. Il processo è esattamente lo stesso, quello di un estremismo, li odio tutti, quello che ti fa indossare la maglia della squadra del cuore con il nome del calciatore di riferimento e bullarsi dell’avversario, quello di dire “abbiamo giocato bene” e rivolgersi a qualcosa che si sta elaborando in prima persona plurale. Ci sono persone con i camperos ed i cappelli a tesa larga, o con canottiere con i buchi e paglia di città, che spesso sanno sì muovere le mani, ma si sono fermati a superare uno scoglio “tecnico” senza neppure prendere uno zainetto dell’Invicta e cercare di superare una catena montuosa di informazioni; e nonostante questo si professano profeti in qualcosa, e non è una cosa blues, è una cosa piccola. Miles Davis citava Socrate con “il sapere rende liberi” e libertà è, spesso, coerenza. E lui di coerenza ne aveva, facendo ricerca, essendo controcorrente, anticipando le tendenze, piaccia o non piaccia.

Siamo liberi, per fortuna siamo nati liberi, liberi anche di informarci ed elaborare, per carità anche di emulare e, perché no, anche di scimmiottare; ma ne varrebbe proprio la pena conoscere, sapere e contestualizzare, ne varrebbe la pena di porsi il problema che abbiamo proprio diritto di suonare il nostro blues sapendo che, come ogni altro genere non autoctono né nazional-popolare, si tratta di un tributo, di una visione, di un’ interpretazione di un atto di amore e si sa, l’amore è come l’autobus, arriva quando ti accendi la sigaretta e non ci pensi più.

Non pensate-vi, troppo.

Dede.

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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