Crowd Company - Gli appunti di The Soul Haven - THE ITALIAN SOUL
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Crowd Company – Gli appunti di The Soul Haven

Crowd Company – Gli appunti di The Soul Haven

Benvenuto 2018.

Sì, va bene tutto, va anche bene che tra poco uscirà il nuovo capitolo artistico, che so, di Justin Timberlake. Viva il 2018!

Ma non ho mica ancora finito con il 2017!

Ad esempio non vi ho ancora parlato di Crowd Company che hanno distribuito il loro secondo capitolo, ‘Stones & Sky’.

Band inglese, territorio “funk gentile”, dominato nei suoni dall’hammond di Claudio Corona, negli echi blaxploitation e “settanta” coordinati da Rob Fleming e dalla produzione di Alan Evans, leader dei Soulive.

Un disco che scalpita per il palco e soprattutto è coeso, dote rara oggi dove siamo tornati a concepire gli album come raccolte di tracce e non come un corpo unico che se ascoltato dall’inizio alla fine magari non ti racconta una storia, ma ti fa fare un viaggio.

‘Stones & Sky’ sembra ripetere il concetto che oggi il funk arrivi più dal Regno Unito che dagli Stati Uniti (con le debite eccezioni di un’insospettabile Germania che ci consegna spesso alcuni gioielli in quest’ ambito).

Il secondo capitolo di Crowd Company non è spigoloso, non ricerca nel groove spinto ma indugia sui tempi di mezzo che coinvolgono senza andare a prendere forzatamente i suoni garage (sì sì tranquillo, il cosiddetto “fuzzy” c’è ed è dosato perfettamente) che spesso sono scorciatoia per molte band contemporanee.

Crowd Company suggerisce tutta la sua potenza in ‘Soar’, una delle tracce più suadenti di ‘Stones & Sky’, sempre in procinto di esplodere ma trattenuta quanto basta per creare quel pathos che serve a sottolineare la caratura sia della scrittura che dell’orchestrazione degli arrangiamenti.

Premere play, con il volume al massimo, e fare quella cosa che non siamo più abituati a fare: goderci la musica.

Sorprendente, ‘Stones & Sky’, tanto quanto consapevole – ascoltandolo – che il senso della funk band, del collettivo, dove tutti collaborano alla riuscita di un pezzo, di un progetto, di un mood sia il motore principale.

Proprio come la storia del genere insegna, anche nel 2018.

C’è anche ‘Fever’ che ti si stampa nelle orecchie e ti ritrovi a cantarne la melodia senza accorgertene e a un certo punto arriva anche ‘Let Me Be’, il probabile punto più alto del lavoro nella sua deriva funk/blues dove le voci di Esther Dee e Jo Marshall convergono sull’episodio che dal vivo può riservare le più belle sorprese di fughe, jam, improvvisazioni e – sì, certo – funk.

Fabio Negri
hello@fabionegri.com

Il battesimo con la musica all’età di 6 anni grazie a Fabrizio, il cugino che lo guida in un mondo fino ad allora frequentato, ma in maniera superficiale. Da allora non si è più ripreso. A casa, nello scaffale di mamma, c’era un disco, ‘Pain In My Heart’ di Otis Redding. Che ancora oggi conserva gelosamente. In radio dal 1985, nelle realtà locali, poi a scrivere su riviste musicali e portali internet e alla fine di nuovo in radio. Lavora con la sua passione del digitale e della comunicazione, ma ascolta ancora la musica su vinile. Sempre con lo sguardo su quello che succederà domani, la curiosità innata per le nuove tendenze e la passione di scoprire suoni nuovi e nuovi artisti. E il vizio di voler condividere le scoperte con gli altri.

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