RAI - gli appunti di The Soul Haven - THE ITALIAN SOUL
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RAI gli appunti di The Soul Haven

RAI – gli appunti di The Soul Haven

RAI (che si pronuncia come Ray) è la risposta del 2018 a tutti coloro che pensavano ormai declinato soltanto a “vecchi dischi” quell’ R&B che è senza tempo e che porta sulle note un messaggio, la “music with a meaning” come la chiamano gli americani.

Elegante, al di fuori delle mode, dell’hype e di tutte quelle meccaniche per cui devi essere un personaggio al limite per emergere nel mondo della musica.

Nella black music in particolare negli ultimi tempi, mancava questa sorta di normalità.

Attenzione, non si tratta di essere banali, di ricoprire vecchi clichè, di ripetere schemi che sono ormai noti e forse un po’ stanchi. Ma di fare qualcosa che possa durare, di esprimere qualcosa in cui le persone possano riconoscersi, possano farne cosa propria. Qualcosa per cui le persone possano connettersi a un livello veramente profondo.

Le coordinate di RAI sono quelle dell’eredità di calibri (e di ascolti interminabili) quali Donny Hathaway, Marvin Gaye, Luther Vandross, Maxwell. Da qui la maturazione artistica personale sposta tutto in un universo che abbatte le barriere spazio temporali.

In un momento storico in cui (troppo) spesso è il “facciamolo strano” che si fa strada, in cui sempre (troppo) spesso si è persa la caratteristica della musica “immortale”, arriva ‘Love’s On The Way’. Un esordio con il botto che uscirà l’8 Giugno prossimo.

Un esordio che ci segnala che il soul e l’RnB classici godono di ottima salute, anche se il marketing oggi come oggi è distratto e sta dedicando i suoi sforzi a tutt’altro. Ma potrebbe essere bello anche così: le gemme vere le devi cercare, con attenzione e dedizione.

Un disco importante, quello di RAI, che ristabilisce una coordinata importantissima.

Proprio quando la musica in genere sembra non curarsi più della sua essenza, del suo fattore primordiale che resta tutt’ora quello di unire le persone, del suo (spesso) riuscito scopo nel fare del mondo un posto migliore. ‘Love’s On The Way’ riesce in questo.

“Dopo aver lavorato per diverso tempo nella musica, mi sono dedicato ad altro. Lavoravo a New York come dirigente, ma pian piano si è fatta largo in me l’esigenza di tornare a lavorare nella musica. E’ stato come un bisogno, e ad un certo punto non ho più resistito ed ho assecondato questa mia esigenza.
Così, ora, eccoci qui.
Ho iniziato a cantare dall’età di 7 anni e sapevo che quella era la mia passione. Onestamente ero troppo piccino per capire che quella sarebbe stata la mia carriera, ma ho continuato a farlo. Seriamente me ne sono occupato più avanti, mi sono messo a studiare diligentemente e la mia musica preferita era l’rnb.

Ho scritto canzoni per un sacco di anni, ma non le ho mai usate. E poi, mentre lavoravo come dirigente, mentre sono maturato come uomo, ho come avuto la necessità di esprimere i miei pensieri attraverso la musica e le parole.
Quello che ho tentato di fare, con l’album, è stato di non limitarmi a cantare delle canzoni. Ho voluto cantare canzoni che avessero un significato, che potessero essere importanti per chi le ascolta, che potessero creare empatia fra me e chi le ascolta.
Credo sia importante che la musica possa ispirare e motivare le persone, quindi ovvio che io non possa negare che ‘Love’s On The Way’ sia un album di ‘smooth soul’, ma spero si possa capire che è anche un disco carico di positività e che lancia un messaggio preciso affinché le persone tornino ad unirsi e a volersi bene, a intessere rapporti virtuosi tra di loro.”

E secondo me RAI ci è riuscito alla perfezione.

Partendo già da ‘Here I Am’ che apre il lavoro e fa coppia con ‘Priceless’: in otto minuti l’empatia è stabilita e non cede fino al termine di ‘The Choice’ che chiude il lavoro.

‘Love’s On The Way’ è uno di quei dischi rari che si svelano davvero ascolto dopo ascolto soprattutto nei testi, frutto della cura nella sua realizzazione intesa come album e non come raccolta di semplici canzoni sotto un nome comune.

RAI ha prodotto un classico istantaneo.

Non è un disco che punta ad essere ruffiano, è un disco che si rapporta all’ascoltatore invitandolo con un sorriso e un abbraccio, portandolo in un bel posto nel quale si sta bene. E quando finisce, non resta che premere play di nuovo e far ricominciare tutto.

“Il titolo del disco è quello della canzone che ne rappresenta il senso. Quando stai attraversando nella vita un periodo che non è facile, quando sei costretto a stringere i denti per arrivare alla fine della giornata, quando ti senti ferito dalla gente – anche dalle persone che reputavi vicine – ma riesci a tenere stretta la consapevolezza che sei importante, che puoi dare e ricevere amore, allora ti è chiaro che l’amore sicuramente sta arrivando. Guardati attorno, forse è appena dietro l’angolo, forse è già vicino a te, oppure semplicemente è sulla via per raggiungerti.

E questo titolo è anche una simmetria con quello che ho voluto esprimere a livello musicale. Prima tu hai detto che non è un disco ruffiano, ti ringrazio, io non ho voluto scrivere canzoni che fossero come quelle che senti in classifica, che fossero come quelle create apposta per vendere o per far parlare di sé, ho seguito la spinta nel modo più onesto possibile: fregandomene di tutto quello che c’è intorno e facendo quello che so mi rappresenta e di cui io possa essere orgoglioso oggi e domani, che le persone possano scoprire oggi, domani, fra anni e che ci si possano riconoscere sempre.”

C’è “Get You Home’ nel disco di RAI.
Una canzone che si presta a rappresentare perfettamente il senso artistico del disco e della cifra artistica di RAI.

Secondo me suona come un abbraccio universale, una dichiarazione in tutto e per tutto una connessione intima fra due persone espressa attraverso la metafora di una situazione che può essere quotidiana. E forse fra tutte le persone del mondo.

Ed è stata scritta – mi spiega invece RAI – con tutt’altro intento.

“(ride) E’ bella la chiave di lettura che hai dato di ‘Get You Home’ ed è anche molto ironico rispetto al fatto che la canzone sia stata scritta partendo da tutt’altro punto di vista.

Fantastico vedere come una canzone scritta con un’immagine in testa, una volta che raggiunge le persone diventa loro, diventa qualcos’altro. Ecco questo è quello che io intendo per musica che “risuona”, per musica in cui ci si immedesima e diventa momento di condivisione.

‘Get You Home’ nasce con un intento decisamente meno nobile rispetto a quello che hai descritto. Parla di due persone che si incontrano al club, nell’orario di chiusura e in quel momento lui chiede a lei se può accompagnarla a casa, supponendo nella canzone tutto quello che può succedere da lì in poi”.

La traccia a cui è più affezionato RAI invece è ‘How To Love’

“È la canzone che ho scritto completamente da solo ed è la più personale che io abbia mai scritto, non solo sull’album.

Vedi, tutti noi cerchiamo sempre di fare del nostro meglio quando si tratta di relazioni personali. Ciascuno di noi ha una propria prospettiva per quello che riguarda la propria vita e chiunque di noi ha questa prospettiva abitata dalle sue relazioni personali più strette. E quando questi rapporti non condividono la visione che hai della tua vita, o quando tu non condividi la loro, si complica tutto.

Diventa tutto disconnesso, stressante, e può portarti in posti che non ti piacciono, che sono aridi, che sono la zona più profonda dell’egoismo.

E succede spesso che le persone abbiano un lavoro in cui eccellono, una condizione economica fantastica ma a livello di relazioni personali sono in una situazione orribile.

E per questo è necessario porre una domanda fondamentale a coloro che ci sono vicini: insegnami come amare.”

Se passi dal sito ufficiale di RAI e scorri le poche note relative alla sua biografia non passa inosservato l’incipit:

RAI: Amante della vita, credente dell’amore, uomo della pace

Missione: “Essere un faro di luce e speranza nel mondo, usare la mia voce – una canzone alla volta, per portare un piccolo amore nel cuore di ogni ascoltatore per aiutarci a fare un passo in più verso la pace e la guarigione”

E chiacchierando con lui questa missione è limpida, onesta tanto quanto la sua musica, priva di qualsiasi facile strategia di marketing emozionale.

E quando lo sottolinei al diretto interessato, ti risponde che “ci sono miliardi di persone al mondo che cercano di realizzare uno scopo e io sono stato fortunato intanto di trovare il mio scopo personale, quello che mi rappresenta appieno. E ancora più fortunato perché almeno un po’ questo traspare da quello che faccio. Uso il dono che mi ha donato Dio per cercare di far sentire meglio le altre persone, di entrare in connessione con loro e suggerire che ci sono cose belle da cercare per chiunque, per dare tre minuti di speranza a chi si sente in difficoltà e si connette con me attraverso la musica. Accendere una luce, piccolina, anche per qualche minuto, per esortarli a cercare le cose positive, per concentrarsi su quel fondamento che è degli esseri umani e che chiamiamo amore.”

RAI è un artista che passa sopra alle contingenze, alla rabbia e alla violenza che sempre più spesso, sempre in più posti ci assale quotidianamente e si assume la responsabilità di essere un messaggero di positività e pace, che invita a cercare con attenzione dentro ciascuno di noi ciò che davvero conta e ciò che davvero ci unisce. Tutti.

“Penso che gli esseri umani facciano sempre il loro meglio con quanto hanno a disposizione. Fortunatamente per me quel che ho è la consapevolezza di poter rappresentare una differenza nel mondo. Potrei cantare canzoni che non hanno un significato profondo, non mi sento offeso o minacciato da coloro che fanno canzoni leggere, frivole, ma non mi rappresenterebbero. Ho scelto di obbedire al mio bisogno di esprimere quel che penso, quel che provo, quello che arriva dalla parte più interna e intima di me perché credo possa entrare in comunicazione con l’anima di chi ascolta e possa donare per quanto possibile un filo di luce.”

Fabio Negri
hello@fabionegri.com

Il battesimo con la musica all’età di 6 anni grazie a Fabrizio, il cugino che lo guida in un mondo fino ad allora frequentato, ma in maniera superficiale. Da allora non si è più ripreso. A casa, nello scaffale di mamma, c’era un disco, ‘Pain In My Heart’ di Otis Redding. Che ancora oggi conserva gelosamente. In radio dal 1985, nelle realtà locali, poi a scrivere su riviste musicali e portali internet e alla fine di nuovo in radio. Lavora con la sua passione del digitale e della comunicazione, ma ascolta ancora la musica su vinile. Sempre con lo sguardo su quello che succederà domani, la curiosità innata per le nuove tendenze e la passione di scoprire suoni nuovi e nuovi artisti. E il vizio di voler condividere le scoperte con gli altri.

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