Voodoo - D'Angelo: diciott'anni e non sentirli! - THE ITALIAN SOUL
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Voodo D'angelo 18

Voodoo – D’Angelo: diciott’anni e non sentirli!

Oggi Voodoo, capolavoro di D’Angelo, compie 18 anni.

Il compimento dei 18 anni rappresenta sempre un passo fondamentale nella vita dell’individuo, la tappa che porta definitivamente ai doveri ed alle responsabilità della vita adulta, almeno in parte.

Ma cosa rappresentano 18 anni nell’esistenza di… un album?

I più informati di voi probabilmente sapranno di cosa stiamo parlando; per chi non lo sapesse: oggi, 25 gennaio 2018, raggiunge la “maggiore età” un disco che ha segnato profondamente l’epoca della black music moderna: Voodoo di D’Angelo.

Ricordo ancora la prima volta che mi capitò sottomano: avevo 16-17 anni e la prima reazione fu di noia e scarso entusiasmo. Dopo mesi mi forzai a riascoltarlo e, piano piano, tutto acquisì chiarezza e profondità, tanto che quell’album divenne ben presto un’ossessione, per me come per molti altri.

Del resto non è un caso se Voodoo è considerato il disco neo soul per eccellenza. Inoltre, a differenza di altri album elevati a manifesto dei vari generi/correnti musicali, ha tutto il diritto di essere considerato tale.

Diversi sono i motivi della venerazione di cui è oggetto questo disco.

La prima cosa che salta all’occhio, sfogliando il libretto, è l’immagine che D’Angelo e i suoi collaboratori hanno voluto trasmettere. Di primo acchito si potrebbe pensare di trovarsi dinnanzi al classico disco hip hop anni ‘90, pieno di machismo e stereotipi vari. Niente di più sbagliato. Ad uno sguardo (ed un ascolto) più attento, noterete che i riferimenti sono molti e variegati; ciò che li tiene insieme è lo sguardo alla tradizione.

Impossibile non notare i molti rimandi al continente nero, l’Africa (emblematici il titolo stesso dell’album e quello dell’ultima traccia, Africa, appunto) che si inseriscono in quella corrente di riscoperta dei valori afro-americani cominciata negli USA nel dopoguerra con la lotta per i diritti civili e lo slogan “Black is beautiful”, motto che D’Angelo sembra aver preso parecchio sul serio, come si nota dal videoclip di uno dei singoli del disco, la meravigliosa How Does It Feel.


Tradizione che si sente parecchio anche, ovviamente, nella musica, in tutte le sue sfaccettature. Sono fortissime le influenze di artisti e gruppi funk, soul ed r&b degli anni ‘60 e ‘70, così come l’influenza del gospel, generi con cui D’Angelo è cresciuto. E non poteva mancare l’influsso della tradizione jazzistica americana, che aleggia in tutto il disco e viene incarnata principalmente dagli arrangiamenti di fiati scritti da Roy Hargrove, trombettista di stampo hard bop e tuttora fedele collaboratore di D’Angelo.

Ma Roy Hargrove è solo uno dei componenti della straordinaria band che ha inciso Voodoo, band che è uno degli altri motivi che hanno reso quest’album così celebre è così apprezzato. Troviamo, ad esempio, il gallese Pino Palladino al basso, che con questo disco influenzerà gran parte della generazione di bassisti cresciuta negli ultimi vent’anni. Per non parlare dei chitarristi Mike Cambpell, Charlie Hunter o Spanky Alford, o del tastierista e produttore James Poyser, musicisti di livello galattico che hanno messo tutto il loro “peso”, la loro sapienza e la loro esperienza a servizio di questo piccolo capolavoro. Non possiamo, infine, dimenticare il collante di tutto, colui che in un certo senso ha fatto da ponte tra la tradizione e gli elementi futuristici che rendono Voodoo ancora oggi per molte cose insuperabile. Stiamo parlando del batterista Ahmir “Questlove” Thompson, colui che molti di voi conosceranno come batterista e fondatore della band hip hop The Roots. Ed è proprio lo hip hop l’elemento di “rottura” che fa gridare al miracolo in questo disco, nel quale tutto è in incredibilmente perfetto equilibrio. Il motivo risiede forse in un nome che potrebbe essere inserito tra quelli sopracitati per l’enorme importanza che ha avuto nel processo di creazione di Voodoo. Stiamo parlando del beatmaker J Dilla e della sua musica, sulla quale sono basati molti dei groove di batteria presenti nell’album. Basta ascoltare un altro disco dello stesso anno, Fantastic Vol. 2 degli Slum Village, per rendersene conto.


C’è infine forse un’ultima motivazione che rende Voodoo un album di tale importanza, ed è la qualità del suono. D’Angelo, infatti, da buon amante del vintage, durante l’incisione si è affidato al tecnico del suono di origine filippina Russell Elevado, che, grazie ad una tecnica di registrazione che prevede l’utilizzo di sola strumentazione analogica, ha preso il suono della tradizione e l’ha proiettato di qualche decennio in avanti, rendendo ancora più credibile e, allo stesso tempo, incredibile, la coesistenza di elementi più tradizionali con altri per l’epoca quasi inimmaginabili.

 

In definitiva, Voodoo era ed è ancora oggi il disco soul più importante degli ultimi due o tre decenni. Dopo diciottanni possiamo tranquillamente affermare che lo standard fissato da questo album non è stato ancora superato, e probabilmente non sarà superato per diverso tempo.

In questo caso, non resta che una cosa da dire… Diciott’anni e non sentirli!

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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