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A trip to “Empyrean Isles” with Herbie Hancock

Herbie Hancock, uno dei più grandi pianisti jazz di sempre, ha appena compiuto ottantadue anni, e noi lo festeggiamo ripercorrendo il suo capolavoro Empyrean Isles

Se c’è nel jazz, nel funk, ma anche in tutto il groove in generale, un musicista influente e capace di rinnovarsi di volta in volta senza per questo snaturarsi, possiamo dire certamente che questo risponde al nome di Herbie Hancock. Nato a Chicago, il 12 Aprile del 1940, è uno dei più brillanti pianisti e tastieristi della storia della musica, dotato di un tocco personale e inconfondibile, un maestro del pianismo che sa essere swingante e groovy al tempo stesso. Inizia a suonare il piano già dall’età di 7 anni, rivelandosi un bambino prodigio, fino ad arrivare poi all’incontro con il grande Donald Byrd che lo invita ad unirsi al suo gruppo a New York. Sarà proprio la storica etichetta jazz Blue Note a contrattualizzare il pianista di Chicago e grazie a essa comincia a incidere nel 1962 il suo primo album dal titolo Takin’ Off, contenente uno dei suoi cavalli di battaglia: Watermelon Man (riletta successivamente da Mongo Santamaria). Seguirà anche una collaborazione con Miles Davis, grazie al quale conoscerà Tony Williams, Ron Carter e Wayne Shorter. Con il grande trombettista di Alton suonerà in numerosi album tra cui Seven Steps To Heaven (1963), Sorcerer (1967), Nefertiti (1967), Filles de Kilimanjaro (1968) e In A Silent Way (1969), tra gli altri.

Oggi vogliamo traghettarvi nel 1964, parlando di uno dei più grandi capolavori di Herbie, intitolato Empyrean Isles, anch’esso inciso per la Blue Note. Ad accompagnare il pianista di Chicago in questo emozionante viaggio in prima classe troviamo Freddie Hubbard (che qui accantona la tromba a favore della cornetta), Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. Come appunto dice il titolo del disco, Herbie e la sua squadra traggono ispirazione dalle isole dell’Empireo, un luogo lontano e sperduto dove far viaggiare la mente e immaginare scenari suggestivi ed evocativi. Peculiarità di questo disco sono le sonorità hard-bop, quelle che origineranno il funk, oltre che le raffinate atmosfere del jazz modale. Ascoltando il disco si viene catturati da un cosiddetto “groove swingante”, grazie alle affiatate interazioni del pianismo di Herbie Hancock, un pianismo vitale, articolato, una vera tavolozza di note a getto continuo, con il drumming di Tony Williams, che sembrano essere complementari. A questi si aggiunge anche il fraseggio elegante e pulito della cornetta di Freddie Hubbard, come possiamo notare nelle due tracce d’apertura One Finger Snap e Oliloqui Valley, in cui fa la parte del leone anche il tocco profondo del contrabbasso di Ron Carter. Cantaloupe Island è il pezzo trainante del disco, considerato uno standard del jazz contemporaneo, e che ha vissuto nel 1993 una seconda giovinezza grazie alla riuscita rilettura jazz-rap da parte del collettivo US3. Ma c’è anche un pezzo che merita un discorso a parte, la chicca nascosta del disco. E questa è The Egg, circa quattordici minuti di sperimentazioni sonore a livelli stellari. Herbie attacca con le note incalzanti del suo piano, supportato dai fraseggi minimali di Hubbard, ora morbidi, ora veloci, per poi lasciarci trasportare in una dimensione più pacata, psichedelica e imprevedibile  grazie anche alle note del contrabbasso di Ron Carter. Quest’ultimo sciorina frasi spezzate e ricche di pause con lo scopo di dare appunto quel senso di sorpresa nell’ascoltatore. A tutto questo si aggiunge anche l’impressionismo pianistico di Herbie, per poi tornare al tema principale del pezzo. 

 

Empyrean Isles rappresenta la summa dell’arte del pianista di Chicago, qui la sua creatività raggiunge alti livelli. Merito anche di una squadra compatta in cui ognuno non è relegato al ruolo di semplice comprimario, tutti contribuiscono alla riuscita di questo capolavoro. Dopo questo lavoro seguiranno anche dischi  eccezionali come Maiden Voyage (1966) e Speak Like A Child (1968),  oltre che il suo contributo importante alla colonna sonora del film Blow Up (1966) di Michelangelo Antonioni. La decade successiva  vede il pianista di Chicago alle prese con numerosi album dall’ottimo standard qualitativo in cui si dimostrerà un brillante pioniere del funk e della fusion adoperando anche piano Rhodes, sintetizzatori Moog e ARP. Non ci resta che fare ad Herbie i nostri più che sentiti auguri di felice compleanno, oltre che immergerci nell’ascolto della sua impeccabile discografia e essere grati a lui per averci fatto sognare e viaggiare con la mente con le sue numerose perle. Happy birthday Piano Man!

Francesco Favano

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Una risposta

  1. Credo che, volenti o nolenti, dobbiamo tutti qualcosa a questo uomo, che definirei un vero e proprio “spirito libero” prima ancora che un musicista, sempre aperto ad esplorare e tracciare nuove strade nuove piste, nuove possibilità…possibilità che, non a caso, è pure il titolo della sua autobiografia….cosi…tanto per…
    ps god bless Herbie Hancock!!!

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