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Alicia Keys

Alicia Keys – Alicia

Alicia, il nuovo album di Alicia Keys: un’ altra delusione.

Il 18 settembre è uscito uscito Alicia, il nuovo album di Alicia Keys che arriva a distanza di ben quattro anni dall’ultimo, Here, del 2016. C’era tanta attesa per questo disco, e non solo nell’ambito degli appassionati di black music: la Keys è ormai da anni una star di fama mondiale, capace di vendere milioni di dischi, e ogni volta la pubblicazione di un suo album è vissuta come un evento. Per Alicia l’hype è stato così elevato che addirittura la pagina Facebook ufficiale del Milan (si, la squadra di calcio!) ha condiviso il live streaming realizzato per presentare l’album. Insomma, un’eco veramente enorme, degna degli artisti più famosi al mondo come potrebbero essere Rihanna, Selena Gomez, Beyoncé, ecc.

Eppure questo album, possiamo dirlo, ci ha delusi. Alicia Keys sembra infatti prendere le distanze dal suono più sperimentale e audace di Here (che già, diciamolo sinceramente, non è che fosse proprio cubismo in musica) andando a strizzare l’occhio un po’ di qui e un po’ di là, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista lirico e tematico. Il risultato è un’accozzaglia di brani, stili, ospiti, suoni e chi più ne ha più ne metta, col solo risultato di un evidente appiattimento artistico dell’opera (forse controbilanciato da un’impennata di vendite… Ma questo sarà il tempo a dirlo).

 

Eppure Truth Without Love, primo dei quindici (!!!) brani del disco, illude l’ascoltatore con il suo interessante campionamento di archi. Il secondo brano, Time Machine, già smorza l’entusiasmo, con la sua cassa in quattro e le sue atmosfere rarefatte, tra l’altro mal supportate da una melodia poco accattivante. Concettualmente non molto diverso il brano successivo, Authors of Forever, che presenta ancora un R&B molto annacquato in cui fanno capolino pop ed elettronica. Il quarto brano è Wasted Energy, che vira improvvisamente su di uno stile più reggae/dancehall; proprio qui abbiamo il primo featuring, Diamond Platnumz, cantante originario della Tanzania che viene catapultato in questo disco in maniera abbastanza inspiegabile, vista anche la notevole durata del suo contributo (sì e no 20 secondi alla fine del pezzo). Underdog è invece un brano in cui Alicia si trasforma in una specie di Alanis Morissette che si è svegliata con la necessità di dirci che, noi persone comuni, alla fine non siamo poi così male! Insomma, un concentrato di banalità musicale e concettuale non indifferente, in cui non a caso figura Ed Sheeran come autore. 3 Hours Drive è un altro dei pezzi che definirei passabili, anche per la scelta azzeccata del secondo ospite dell’album, Sampha, che con il suo timbro particolare riesce a insaporire un altro pezzo R&B altrimenti abbastanza anonimo. Arriviamo quasi a metà album con Me x 7, altra traccia senza particolare peso specifico e con un altro ospite (siamo già al terzo in sette brani), la rapper Tierra Whack, che sembra buttato lì un po’ a caso: d’altronde che contributo si può dare in 25 secondi? Non granché, a giudicare dal nostro ascolto.

Con Show Me Love, ottava traccia di Alicia, scolliniamo con fatica la metà dell’album. Anche questo pezzo ci pare scorrere con una certa lentezza, anche se in questo caso il featuring con Miguel ha il merito di alzare il livello. So Done, nella sua essenziale semplicità, è forse il secondo pezzo buono che incontriamo, un brano R&B/neo soul dove le voci di Alicia Keys e Khalid si amalgamano in maniera perfetta. Con Gramercy Park la Keys torna un po’ alle origini e nella tradizione, con il classico pezzo soul in 3/4 che, bisogna ammetterlo, si fa ascoltare, certo senza farci stracciare le vesti. Peccato che sia seguito da Love Looks Better, un pezzo evidentemente fatto per piacere un po’ a tutti con la sua cassa in quattro, i suoi synthoni sul ritornello, la sequenza di accordi più banale della storia e il testo sentito mille altre volte: non stupisce il fatto che tra gli autori ci sia Ryan Tedder, frontman dei One Republic. Non ne avevamo bisogno. Con You Save Me si rialza un po’ (ma neanche troppo) il livello, strizzando l’occhio a un R&B/soul più classico con la collaborazione della brava cantante svedese Snoh Aalegra. Pezzo numero tredici, titolo: Jill Scott; ospite: Jill Scott! Aspettative altissime! Risultato? Ni… Per carità, si sente un’elaborazione concettuale maggiore che nel resto del disco, ma niente, a livello emotivo il brano non ci colpisce come vorremmo. Perfect Way To Die, penultimo capitolo di questa maratona piuttosto faticosa, è un pezzo in pieno stile Alicia Keys, con voce, piano ed archi a fare da protagonisti. Un altro pezzo che vorrebbe toccare il cuore dell’ascoltatore, ma che finisce per risultare piuttosto piatto e pieno di cliché. Non molto dissimile il pezzo di chiusura, Good Job, anzi, così simile che uno si chiede per quale motivo sia stato messo in questo punto del disco. Una scelta che, personalmente, ci lascia basiti.

 

Capitolo testi: qui il discorso si fa un po’ diverso. Sappiamo come Alicia tenga a parlare di tematiche sociali e a diffondere messaggi positivi, cosa che apprezziamo profondamente e che sosteniamo senza se e senza ma. Ne sono un esempio pezzi come Perfect Way to Die e Good Job, i quali parlano rispettivamente di brutalità della polizia e dei lavoratori di ogni giorno. Il primo è scritto dalla prospettiva di una madre che ha perso il figlio dopo essere stato colpito a morte dalle forze dell’ordine, mentre il secondo è dedicato “alle madri, ai padri, agli insegnanti che ci raggiungono” (“the mothers, the fathers, the teachers that reach us”), e spiega cosa significa lavorare nella quotidianità. Siamo quindi convinti che da questo punto di vista il lavoro della Keys, vista la mole di gente raggiunta, sia fondamentale. Detto questo, troviamo abbastanza stucchevoli e colmi di cliché noti e stranoti una buona parte dei testi di Alicia: ti amo ma non mi ami, soffro per amore, l’eroe del quotidiano, ecc. Temi anche importanti, non fraintendete, ma trattati con una certa superficialità e banalità. D’altronde, forse questo è ciò che serve per arrivare al maggior numero di persone possibili.

In conclusione, Alicia è sì una super produzione americana tipica, con suoni perfetti, un sacco di ospiti e una risonanza mediatica esagerata, ma rimane un prodotto confuso, piatto e annacquato, per di più di una lunghezza abbastanza spropositata (un’ora di musica spalmata su 15 brani) in cui non viene fuori né la personalità, né dell’opera, né dell’artista, ma piuttosto la necessità di vendere il più possibile, forse l’obiettivo principale di questo disco dopo il sonoro flop commerciale di Here, che ha venduto solo poche decine di migliaia di copie. Staremo a vedere se questa scelta, secondo noi poco lungimirante, pagherà… In tutti i sensi.

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
1 Comment
  • enrico turci
    Posted at 16:59h, 06 Ottobre Rispondi

    come giustamente hai notato e fatto notare….troppo marketing….social marketing aggiungerei…e soprattutto poca, troppo poca musica che ti lasci qualche segno addosso….evidentemente c’erano altri obiettivi….l’aspettiamo al prossimo giro…

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