Il 26 Maggio del 1926 ad Alton nell’Illinois (Stati Uniti) nasceva Miles Davis. Noi lo omaggiamo con l’album “Bitches Brew”.
“Cominciai a capire che i musicisti rock non sapevano niente della musica. Non la studiavano, non potevano studiare stili differenti, e di leggerla non se ne parlava nemmeno. Ma erano popolari e vendevano un mucchio di dischi perché davano al pubblico un certo sound e quello che voleva ascoltare. Così cominciai a pensare che se loro potevano raggiungere tutta questa gente e vendere tutti quei dischi senza nemmeno sapere che cosa stessero facendo, bene, potevo farlo anch’io e per di più meglio”. Furono queste le parole dette da Miles Davis riguardo “Bitches Brew”, suo lavoro del 1970 che rappresentò una svolta nel modo di fare musica del trombettista di Alton.
Sappiamo dell’animo inquieto di Miles, della sua continua e sorprendente voglia di sperimentare nuovi stili, anticipare tendenze. Era uno spirito libero della musica in quanto seguiva il suo cuore e il suo istinto, senza dare importanza alle critiche dei puristi più accaniti del jazz. Con “Bitches Brew” il suo intento era quello di avvicinarsi anche al popolo del rock, forte anche della sua passione, in quei periodi, per la musica di Sly & The Family Stone e Jimi Hendrix. Con quest’ultimo aveva infatti in mente dei progetti musicali, mai attuati poi per via della dipartita del dio mancino della chitarra di Seattle. Anche la copertina del disco dice tutto. Rappresenta infatti una parte di ciò che viene proposto nell’opera. Funk, jazz, rock, psichedelia e appunto un tocco di afrocentricità. Già con “In A Silent Way”(1969) Miles Davis stava già dando ampia dimostrazione della strada che avrebbe intrapreso e che avrebbe rivoluzionato la sua arte, grazie all’utilizzo di strumenti elettrici. Con “Bitches Brew” tutto questo viene portato in una dimensione ancora più alta e che trascende tempo e spazio.
Basta scorrere tra i crediti nomi altisonanti di musicisti come Wayne Shorter, Bennie Maupin, Joe Zawinul, Chick Corea, John McLaughin, Jack DeJohnette, tanto per citarne alcuni. E tracce come “Pharaoh’s Dance” e la title-track, la prima con il clarinetto dark di Bennie Maupin, la seconda con l’incedere ipnotico e cupo, sono una prova lampante del notevole spessore di questo disco. Nella seconda traccia Miles dà il meglio di sè con la tromba in un acceso botta e risposta col resto dei musicisti, fino a culminare in una jam-session senza freni. “Spanish Key”, col suo andamento rockeggiante, si fa apprezzare per via della chitarra funky di John McLaughin e per le note smooth del sax soprano di Wayne Shorter. “John McLaughin”, è dedicata appunto al chitarrista che qui dà ampio sfogo alle sue abilità, più vicina al rock-blues psichedelico è invece “Miles Runs The Voodoo Down”, con il titolo che è un chiaro omaggio al mitico Jimi Hendrix, 14 minuti di grandi suoni e groove. Più meditativa è “Sanctuary, mentre in “Feio”(contenuta come bonus-track nell’edizione cd del 1999), a dominare sono le atmosfere cupe, imprevedibili e spettrali da parte della cuica di Airto Moreira e della tromba di Re Miles. La qualità eccelsa è regina incontrastata in “Bitches Brew”, e grazie al suo suono, questo disco si ritaglia un posto di grande importanza sia nelle collezioni di grandi amanti del jazz, che in quelle del pubblico più vicino al rock.
La genialità di Miles Davis non conosceva limiti, era sempre proiettata avanti nel futuro, la sua lungimiranza artistica influirà molto sui dischi di altri musicisti successivi a questo, nonostante la sua arte resti sempre inimitabile. Visto che il 26 Maggio è stato il suo compleanno, quale modo migliore di festeggiarlo e ricordarlo qui sul blog se non quello di parlare di questo grande disco che, a pari merito con il super-capolavoro “Kind Of Blue”(1959), rappresenta lo zenit artistico della produzione di questo grande mago della tromba. Re Miles vive ancora e noi a lui siamo sempre molto grati per averci fatto sognare ed emozionare con la sua grande musica.
Francesco Favano







