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Cory Henry – Something To Say

Something To Say è il nuovo disco da solista del cantante e polistrumentista newyorchese Cory Henry.

Cory Henry è uno dei più grandi prodigi musicali della nostra epoca. Forse non tutti conoscono la storia di questo straordinario organista, tastierista, cantante, produttore e polistrumentista newyorchese che è poi assimilabile a quella di molti musicisti di musica afro-americana: la formazione nella chiesa battista del quartiere (“palestra” musicale dal quale sono usciti migliaia di grandi musicisti nell’ultimo secolo), le esperienze ancora giovanissimo come session-man per nomi come Bruce Springsteen, Kenny Garrett, Boyz II Men, Kirk Franklin, The Roots (notare l’enorme varietà di stili in cui si muove con nonchalance il nostro) ed infine il successo planetario, sia da solista, sia insieme al super collettivo fusion/R&B Snarky Puppy, con cui ha collaborato fino al 2019. Tutto nella “norma” (se di norma si può parlare), penserete: non del tutto. Henry era quello che si dice un predestinato, un bambino prodigio: a due anni suonava già sia il piano che l’organo hammond, mentre a cinque anni veniva chiamato Master Henry (Maestro Henry) per la sua capacità di suonare qualsiasi pezzo in tutte le tonalità sull’hammond. Un mostro, tanto che a soli sei anni suonò in uno show all’Apollo Theatre, tempio della musica sito a Manhattan.

Non soprende quindi come, nonostante la sua giovane età (33 anni), Cory Henry abbia già un curriculum infinito. Curriculum che a fine ottobre 2020 si è arricchito di un nuovo capitolo, il quarto in studio della sua carriera solistica: Something To Say. Il disco è un’esplosiva fusione di jazz, funk, soul, gospel e R&B, uno stile che Henry definisce come “future soul”, e del quale è diventato uno dei principali esponenti insieme al suo gruppo, The Funk Apostles, presente in quattro degli undici brani di Something To Say. Evidenti infatti le influenze di artisti come Herbie Hancock, Prince, George Duke e Stevie Wonder, eroi musicali del prodigio di Brooklyn. Interessanti anche le liriche che incontriamo nel disco. Cory esplora temi come la lussuria (Gawtdamn), le pene d’amore (Switch), guerra, violenza e traffico di armi (No Guns), il razzismo e la violenza della polizia (Say Their Names, Black Man) e la forza della perseveranza (Don’t Forget), dando prova di maggiore maturità artistica da questo punto di vista rispetto ai lavori degli anni precedenti.

 

Eppure questo album ad un certo punto sembrava destinato a rimanere nel cassetto. Come dichiarato alla webzine americansongwriter.com:

“Le varie versioni dei brani sembrava che non migliorassero, così ho dovuto ricominciare da zero e rimettere insieme le cose che mi sembravano buone dei pezzi che avevo scritto. Ci è voluto molto tempo per tornare nel giusto mood”. 

L’ispirazione, quindi, è stata la scintilla che è stata determinante poi per completare la realizzazione di un album che, vi assicuriamo, offre delle perle musicali entusiasmanti:

“Quando entro nel mood giusto sono veramente ispirato. Per me è importante che nell’ambiente ci sia un buon odore, e che quello che vedo con i miei occhi sia bello, o in ordine. Suonare è la parte facile; è quello che provi quando lo fai, l’emozione che ti arriva quello che talvolta devo ricercare di più. La mia anima deve essere in un bel posto”.

La bellissima conseguenza è che anche la nostra, di anima, viene portata nello stesso posto. Fate partire Something To Say e lasciatevi trasportare dalla musica di questo straordinario musicista: tutto il resto non avrà più importanza. E in questo brutto periodo è quello che ci vuole. Buon ascolto!

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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