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Durand Jones - The Italian Soul

Durand Jones – Wait ‘Til I Get Over

Durand Jones, con “Wait ‘Til I Get Over” non ha paura di mettere a nudo se stesso raccontando la sue paure.

Dopo aver pubblicato negli ultimi anni 3 ottimi album di retro-soul con i suoi Indications (gruppo nel quale milita anche il bravissimo Aaron Frazer), Durand Jones stavolta si prende tutto il suo spazio per rilasciare un album dal taglio intimistico e autobiografico, intitolato “Wait ‘Til I Get Over”. Anche qui il retro-soul la fa da padrone, ma qua e là non mancano concessioni al rock, tutto per una sorta di bignami della black-music, in cui riecheggiano modelli blasonati come Sam Cooke, Bill Withers, Stevie Wonder, Otis Redding e Donny Hathaway (infatti troviamo anche una brillante cover della sua “Someday We’ll All Be Free”, con un inserto rap verace e rabbioso di Skypp). E anche il songwriting si fa più incisivo, Durand Jones non ha paura di mettere a nudo se stesso raccontando la sue paure, i suoi stati d’animo e la sua voglia di riscatto.

 


Questo disco per certi versi potrebbe anche essere come una sorta di film in musica, che vede nella città di Hillaryville (Louisiana) il suo luogo di ambientazione, una cittadina che fu fondata dagli schiavi liberati dopo la Guerra Civile. Anche la vocalità di Durand riflette tutto il suo intimismo e ciò è riscontrabile in pezzi come il rock n’ soul di “Lord Have Mercy” o brani venati di blues come “Sadie” e “I Want You”. Il gospel all’ennesima potenza lo troviamo nella title-track, mentre “See It Through” lascia sbalorditi per via del suo suono funky-rock quasi wonderiano. Ottime anche la già citata rilettura del classico di Donny Hathaway , “Someday We’ll All Be Free”, che Durand riesce a personalizzare alla grande senza risultare per nulla patinato e la finale “Letter To My 17 Year Old Self”, di chiara impronta soul-jazz. Il soul-singer della Louisiana, orfano di Aaron Frazer e i suoi Indications, qui appare in gran spolvero, con un disco in cui di carne al fuoco ce n’è molta (il che non è un difetto, anzi…) e che risulta sanguigno, sincero, dannatamente soul, ma con un sorprendente piglio rockeggiante.

 

 

Possiamo tranquillamente dire che anche al giorno d’oggi, in una scena musicale spesso avara di novità rilevanti, è possibile trovare dell’ottima musica e questo nuovo lavoro di Durand Jones ne è una prova, oltre a essere un disco capace di fare la gioia sia di un pubblico dall’età matura innamorato delle sonorità vintage, ma anche di avvicinare nuove generazioni alla riscoperta del soul dei bei tempi che furono. Chapeau, Durand!

Francesco Favano

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