equilibrista

L’equilibrista, gli zuccheri, gli hipster

Per fare buona musica ai giorni nostri occorre essere bravi equilibristi per non cadere dal sottile filo della coerenza.

Difficile reinventarsi sempre eh, difficile essere fedeli ad una linea con tutto questo frastuono. Credo che in quest’ultimo decennio – che coincide anche con la morte della discografia e la penuria di idee – bisogna essere veri eroi per mantenersi saldi sul filo della propria coerenza, esattamente come un bravo equilibrista deve fare per non spiaccicarsi al suolo. Si vedono iper-musicisti che per pochi spiccioli si spacciano padroni di un linguaggio del quale non sono affatto, e mega specialisti del genere svenduti ai prodotti più low-fi possibili. Ma la tendenza sta cambiando con un flebile vento di vera contaminazione e di distanza dal profitto a tutti costi a favore della creatività, lasciando uno spiraglio di rivalsa alla progettualità che, piano piano, soffia fra corde, bacchette, woofers, cuffie e tasti.
Prima la contaminazione e la – competitiva, a volte – sinergia erano all’ordine del giorno: si imparava, si mescolava ed a volte ci si insultava. Ora si suona con la plastica, con il silicio o, quando va tutto “bene”, lo si fa solo e soltanto quando c’è di mezzo un cachet ed un pubblico con scarse pretese. Piedi in milioni di scarpe, insegnanti che tengono milioni di piatti girare in costante bilico su dei lunghissimi bastoni, i bulgari. Difficilissimo e massima solidarietà, ma la progettualità e la vera contaminazione sono diventate il Santo Graal, nascoste chissà dove o sono, auspicabilmente, in cantine umide che si pagano a caro prezzo.
Quest’arietta – ancora troppo statica – di artisti di Musica Popolare che si avvicinano ad un sound più Black ha avuto una vera e propria evoluzione nel corso di questi ultimi anni. All’inizio erano “la corista/il corista” (o le/i coriste/i), spesso esseri umani in forte sovrappeso, con un sorriso smagliante ed una pelle color ebano che, con voci uniche e potenti, si privavano del loro innato swing per rinforzare motivetti molte volte piatti ed imbarazzanti (segnalo come brillante eccezione la pianista/cantante Oleta Adams nel disco – culto – Sowing the Seeds of Love dei Tears for Fears). Dal rafforzativo ad una o più voci si è passati direttamente al coro Gospel, che con potenza ed energia riempiva palchi e dischi spesso cantando “all’amore imperituro per la bella di turno” e non per il loro amatissimo Dio. Quando questi concetti visivi e sonori hanno iniziato a diventare logori cliché, sono venuti in soccorso produttori e musicisti che di linguaggio black – oltre ad un fattore epidermico – ne sapevano e ne trasmettevano. Produzioni fanta-stellari di stars interamente pucciate nel soul, nel funk e nel blues. Mozzarelline che si trovavano basi meravigliose sulle quali cantare del loro amore adolescente con nuovo entusiasmo ed interpretazione.
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Hipsters.
No, no, no amici miei, non quelli che indossano occhiali con montature da chilo, pantaloni iper-avvolgenti e barbe da Babbo Natale 2.0; no, non quelli. Il neologismo “hipster” fu coniato negli anni ’40 per definire coloro che amavano la vita e la musica dei jazzisti dell’epoca. Poco c’entravano moda e barbe, bensì il fegato di entrare dentro a fumosi locali frequentati da persone di una diversa provenienza etnica – quando era ANCORA più pericoloso – e vivere una vita diversa rispetto a quella di altri coetanei. È diventato moda essere hipsters e si è travisato – palesemente – il concetto negli anni. Seguendo l’origine della parola voi, se mi state leggendo, siete hipsters – non toccatevi la barba, dissimulate – e state leggendo i concetti strampalati di un vostro simile al 100%.
Ma ritornando alla brezzolina umida, dopo un periodo lungo dove il Mondo Black è stato munto a dovere – tralasciando nostalgici, archeologi musicali e moda del periodo – ora c’è il momento dell’equilibrio, c’è quel posto dove si rimane quasi immobili a goder l’arietta, proprio come farebbe un gatto. L’utente ascolta le stesse cose da anni ed anni ormai, con coristi corpulenti, musicisti possenti e cori nutritissimi, ma la Musica non circola, non funziona, non interessa VERAMENTE. Allora, fermi come gatti nell’unico punto dove l’aria si muove, si realizza che la chiave di volta è elaborare, è essere, rischiare. Ci si guarda allo specchio e si realizza di essere proprio proprio “pallidi”, ma si ha assorbito talmente tanta pronuncia che sarebbe un peccato sprecarla, sarebbe un peccato pensare sia solo moda “à la jazz”; quindi si elabora, si crea un modo, uno stile, un’intenzione. Si fa un passo indietro, si focalizza che chi suona non è Bud Powell – e MAI lo potrà essere – e chi ascolta non è – idem come sopra –  Count Basie, si realizza che nessuno ti dà uno spazio, un cachet adeguato o una possibilità come succedeva ai tempi dei nostri eroi e non per cattiveria ma perché siamo tutti in equilibrio, chi suona e chi ascolta.
C’è bisogno di personalità ed idee, non di tecniche circensi, di contaminazioni fashion e di molta più pazienza del solito. Investire nella ricerca sia Musicale, che di artisti da ascoltare – e ce ne sono –, investire nei progetti, andare ai concerti, aprire le braccia oltre alle orecchie ed avere scarpe buone, che non facciano scivolare mentre, passo dopo passo, si arriverà di là, in un posto dove il giudizio peserà meno sulle composizioni, dove ci si renderà conto che sapere fare il giro di do non fa esattamente essere come Bill Evans, dove le vibrazioni musicali saranno gioia, ascolto e ballo ed ascoltatori e musicisti creeranno insieme Musica, grazie – oltre ai compositori –  alla rete, ai video-makers, ai fonici e alle riviste/blog specializzati: tutto sarà un indotto democratico dove il numero delle menate verrà ridotto a poco più di zero, perché non ci sarà più una torta da spartirsi ma tanti piccoli e gustosissimi muffins ed ognuno andrà dal proprio forno di fiducia.
Caro equilibrista, tieniti leggero: la strada sulla corda è ancora lunga.
Il Dede.

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