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Funk

Accendiamo una candelina sull’altare del Funk.

Cosa, come, perché e quando qualcosa è funk?

Il termine funk viene coniato negli Stati Uniti intorno agli anni ’50 per definire un modo ritmico di suonare le cose ed è applicabile ad ogni maledetto strumento. Quando erano sporche, ipnotiche e potenti, erano funky. Anche nostro Signore (spero anche vostro, se no che possa aver pietà di voi e di Vasco Rossi) Mr. Thelonious Monk definiva vari musicisti funk mentre suonavano del sano jazz in piena epoca di rivoluzione Be-bop; quindi si assume che non si tratti né di un ritmo specifico, né tanto meno di un genere, ma bensì di un modo di pronunciare la musica e di vivere la vita.

Dieci anni dopo la comparsa del termine, intorno agli anni ’60, il sempre attuale gran visir del ritmo Mr. James Brown in persona riuscì a far suonare – riscuotendo enorme successo sia di pubblico che economico – un’intera orchestra in maniera percussiva ed ipnotica coniando, ancora, non un ritmo, non un genere, ma un modo: il funk. Questo modo fu adottato da tutti e chiunque, chi più chi meno, iniziò ad impreziosirci i propri lavori, interpretando il proprio modo di ESSERE funky, la propria democratica e personalissima visione che, non dimentichiamoci, nasceva da focolai di malumore, razzismo, violenza e voglia di rivalsa e divertimento del popolo nero.

Moltissimi artisti quindi cucirono sulla loro musica un’intenzione ritmica – non solo della batteria, N.D.R. – creando il proprio funk dalla East alla West coast (tranquilli, in Italia avevamo Bobby Solo, Claudio Villa e Domenico Modugno, artisti dei quali ho il massimo rispetto, ma nulla è più distante dal modo funky). Il fenomeno crebbe, ed oltre che essere un modo, era diventato anche una moda proprio intesa come abbigliamento, atteggiamento, col quale il sempre schiacciato popolo nero, con coraggio, si vestiva in maniera appariscente come pacifica intenzione di esserci ed imporsi, di protestare.

Mille e più musicisti hanno creato stili e variazioni impreziosendo e ampliando artisticamente e con tecnicismi questa/o pronuncia/modo/fenomeno; dai più edonisti ai più morigerati vennero definiti – al mondo piacciono le etichette – gruppi “funk”… Ma se il funk è un modo, una pronuncia, come facciamo ancora, nel 2016, a considerarlo un genere?! E’ sminuirlo, insultarlo, deriderlo, schiacciandolo – soprattutto noi batteristi spesso considerati anello di congiunzione tra il musicista e la scimmia – ad un fottuto ritmo di fottuta batteria!

Non ho parlato di artisti, di chi ha fatto la storia di questa pronuncia e delle miriadi di batteristi che si sono distinti creando accenti ed interpretazioni, perchè si passerebbe da New Orleans e tutte le molteplici influenze ritmiche di un meltin’ pot di culture alla psichedelica pura: non ne usciremmo più e non avrebbe alcun senso. Fatevi piuttosto questa domanda, qualsiasi strumento suoniate, tenendo presente che siete italiani come me: “Sono in grado di mettermi sulla faccia un sorriso così, stare dritto su un pattern ritmico in maniera ipnotica con potenza ed efficacia e magari fare muovere il culo a chi vi ascolta?” se la risposta è “SI'” siete funky, il VOSTRO personalissimo modo di essere funky che, ahimè, può fare anche decisamente schifo ma è VOSTRO, qualsiasi fottuto genere o strumento voi stiate suonando, qualunque. Se la risposta è “NO, ma so fare questo pattern che è funky” vorrei che una mano enorme scendesse dal cielo e vi mollasse uno sganassone così forte da farvi scrivere nella sezione “professione” della carta di identità la parola “suonatore di batteria qualsiasi strumento voi suoniate”.

Batteristi, musicisti, amici carissimi, il funk o il funky NON è un genere musicale, non è un ritmo del cazzo che impari a scimmietta e che ti gasa, ma un modo di far girare le cose, un balance tra tutti i pezzettini della batteria e tutti gli altri strumentini che – gioco forza – suonano insieme a te; è una pronuncia, è un modo.

Con affetto e simpatia, uno che farà sicuramente cagare, ma che è in grado di vivere funky. Ed uno, si sa, suona com’è.

Il Dede.

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
1 Comment
  • DARIO SCHERILLO
    Posted at 15:58h, 06 Aprile Rispondi

    Grande Dede,

    m’è piaciuta questa tua esposizione. A mio modesto avviso non fa una piega il concetto che hai espresso così esaurientemente, Nel mio modesto “musicare” parlo sempre di “intenzione” e mai di genere, proprio per quel che hai esposto in maniera così interessante.
    Bravo.
    Ciauz e buona giornata
    Dario

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