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Grammy Awards 2021 Nominations

Grammy Awards 2021: un discorso complesso che quest’anno, soprattutto, ha lasciato parecchio amaro in bocca.

Grammy Awards 2021: un discorso complesso che quest’anno, soprattutto, ha lasciato parecchio amaro in bocca.
A parte la solita sventagliata (a mio parere piuttosto inopportuna) di nomination dedicate a Taylor Swift ci sono due aspetti in particolare che hanno fatto alzare il sopracciglio a più di una persona.
Parto però da una nota positiva: le nomination per gli album rap sono interessanti.
Non perché ci sia quel disco che è la colonna sonora dell’inferno di Jay Electronica (e che tutti si aspettavano di vedere lì), ma per l’inclusione di Freddie Gibbs e finalmente di Nas.

Nas con uno dei suoi progetti migliori di sempre, quel King’s Disease che ancora troppo pochi sono riusciti a conoscere per bene ma che con questa piccola riga e questa piccola menzione nell’elenco dei nominati per i Grammy Awards può giocarsi di nuovo tutte le belle carte che contiene. Resta da chiedersi come mai la Academy abbia aspettato fino ad ora, ma è una domanda retorica.

C’è da restare di stucco nel vedere che Travis Scott sia stato incasellato nel rap melodico, ma non stiamo tanto a discutere sui canoni utilizzati dalla Academy per queste nomination, ci perderemmo il sonno e andremo a parlare di razzismo nel giro di cinque minuti. Prendiamo il buono e teniamocelo stretto.
Bello vedere Kaytranada nel novero delle nomination ai Grammy per “Best New Artist”, su questo non ci sono affatto dubbi. Lui è uno dei produttori che sta facendo meglio di tutti evitando di sovraesporsi e di perdere i pezzi disseminandoli in troppi progetti diversi. Il problema è se un artista può essere “New” dopo anni di carriera, due dischi, una marea di remix, un Polaris Music Prize vinto per il 99% e una sequenza di festival a cui ha partecipato come headliner.

Quello che stona è soprattutto nella lista di “Best R&B Album”.
Questa.

Ant Clemons
Giveon
Luke James
John Legend
Gregory Porter

Già, Gregory Porter R&B?
Già, ma le signore? Nessuna? Possibile?
Forse che il disco di Brandy, apprezzato da valanghe di appassionati, uscito su etichetta indipendente non poteva far fronte a tutte queste grandi aziende alle spalle dei nominati? E poi, onesti, sono solo voci maschili quelle che hai ascoltato quest’anno nell’R&B che ti hanno dato qualcosa?
Summer Walker, Teyana Taylor, Ari Lennox?
E ancora Lil Uzi Vert, Aminè, Mac Miller (anche se postumo perché prima la Academy figurati se si sarebbe mai filata il fidanzato di Ariana Grande), Kehlani?

Ora.

I Grammy Awards non sono i Billboard Music Awards. I Grammy Awards non si devono basare sui dati di vendita (e non lo fanno, altrimenti non ci sarebbe ovunque, ancora, per salvare l’ipocrita faccia dell’America, Beyoncé seminata un po’ ovunque). I Grammy Awards dovrebbero rappresentare la vista da un’altra prospettiva.
Non necessariamente quella razzista, quella maschilista, quella – diciamolo fuori dai denti – Trumpiana.

Non si devono limitare a questo, ma alla Academy non interessa. E infatti nessuna artista donna tra i migliori album R&B.
Quando la inseriscono, nella categoria del “Best Progressive R&B Album”, lo fanno con Jehné Aiko (!!!!!) il cui Chilombo è passato lasciando solo una scia quasi invisibile durante l’estate 2020 (ah già, ma in quota major ha il pezzo con John Legend quindi un posto da sola dovevano anche trovarglielo, va da sé). La cosa difficile è cercare di chiarire il codice secondo il quale sia “progressive R&B” Chilombo e lo sia anche It Is What It Is di Thudercat o, peggio ancora, che sia “progressive” il debutto dei The Free Nationals (con tutto il bene che voglio alla band di Anderson .Paak, sia ben chiaro).

Torno un secondo su Beyoncé. I più accreditati dicono che le sue nomination sono dovute al grande (????) impegno mostrato per la causa Black Lives Matter. Bene, ma l’impegno decisamente più a fuoco di Run The Jewels allora non conta solo perché dietro non c’è Disney? (già perchè il disco di Beyoncé tratto da Il Re Leone che è Disney è – nella sua versione visual – un’esclusiva streaming di Disney+, stranissimo vero?).
Poi il gran finale.
C’è un artista, canadese, che è stato in tutte le classifiche del mondo, che ha coniugato una dimensione mainstream con i suoni R&B, con un recupero degli anni ’80, affermando attraverso alcune mosse geniali la propria statura di intrattenitore e artista.
Quello stesso artista che per essere (giustamente, signori, giustamente) stato chiamato per lo spettacolo dell’Half Time del prossimo Super Bowl ha sollevato una marea di mugugni (gente, hanno chiamato i Maroon 5, dai, su, e non vi siete lamentati nemmeno con i Coldplay).
Quell’artista che:
Il 3 Dicembre pubblica il video di Heartless

 

Il 21 Gennaio pubblica il video di Blinding Lights e inizia a rivelare il concept di un uomo pestato a sangue, con una delle canzoni più ascoltate e trasversali del 2020

 

Il 22 Gennaio, sempre come uomo pestato a sangue, si esibisce da Kimmel

 

Il 4 Marzo pubblica il corto relativo ad After Hour sì, il suo lavoro più recente, che inizia con le immagini della performance da Kimmel.

 

Ora, ditemi se fino ad oggi vi sia mai capitato di vedere un esempio di arte che usa la transmedialità (disco, video, tv, per tornare al video) in questo modo per esporsi.
Ditemi se una cosa del genere è stata pensata o attuata prima e ditemi se tutto questo non doveva avere un posto dentro i parrucconi dell’Academy.
Perché poi non è finita qui. Ma dell’esibizione agli American Music Award e del video di Too Late non ne parliamo, è una storia che continua e il capitolo non è concluso. Mi sa che dovremo aspettare il 7 Febbraio e goderci l’Half Time Show, la 55esima edizione.
Quindi ci torneremo su, perché quella, per me, sarà la serata dei Grammy.
Sul resto, passiamo oltre.

 

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Fabio Negri
hello@fabionegri.com

Il battesimo con la musica all’età di 6 anni grazie a Fabrizio, il cugino che lo guida in un mondo fino ad allora frequentato, ma in maniera superficiale. Da allora non si è più ripreso. A casa, nello scaffale di mamma, c’era un disco, ‘Pain In My Heart’ di Otis Redding. Che ancora oggi conserva gelosamente. In radio dal 1985, nelle realtà locali, poi a scrivere su riviste musicali e portali internet e alla fine di nuovo in radio su Radio Milano International. Lavora con la sua passione del digitale e della comunicazione, ma ascolta ancora la musica su vinile. Sempre con lo sguardo su quello che succederà domani, la curiosità innata per le nuove tendenze e la passione di scoprire suoni nuovi e nuovi artisti. E il vizio di voler condividere le scoperte con gli altri.

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