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Jordan Rakei – What We Call Life

What We Call Life è il nuovo album di Jordan Rakei, il quinto in sei anni per l’artista neozelandese.

Sono ormai sei anni che Jordan Rakei, ormai uno dei maggiori esponenti della scena black europea, si è stabilito in una delle capitali musicali del vecchio continente, Londra, lasciandosi alle spalle la famiglia e gli amici a Brisbane, Australia. Una scelta che, senza ombra di dubbio, si è infine rivelata azzeccata, come da Jordan stesso raccontato in un post sul proprio profilo Instagram:

 

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Un post condiviso da Jordan Rakei (@jrakz)

“Quando sono arrivato a Londra sei anni fa con soli due EP a curriculum, mi misi l’assurdo obiettivo di pubblicare cinque album prima di aver compiuto trent’anni [nato nel 1992, N.D.R.]. Venerdì [17 settembre 2021, N.D.R] esce il mio quinto album con nove mesi di anticipo rispetto al limite prefissato. Coronare quest’ambizione mi rende felice, orgoglioso, sollevato e grato (ma mi lascia anche un senso di… ‘m***a, e adesso?’). Ho imparato molto durante questo processo e ci sono tracce che amo in ogni album, ma sento di avere fatto una sintesi di tutto in What We Call Life, e di aver realizzato qualcosa di cui vado veramente fiero. La musica cattura un determinato punto nel tempo, quindi, per tutti quei musicisti che stanno ancora  rimuginando su progetti iniziati anni fa – fateli uscire e condivideteli con il mondo! […]”

 

Un percorso iniziato con un piccolo capolavoro, Cloak (2016), e proseguito con Wallflower (2017), Origin (2020), Small Moments (2020 con il moniker Dan Kye) e finito qualche settimana fa, appunto, con What We Call Life. Un arco artistico ben definito, che ha portato Jordan da uno stile parecchio black, con una stragrande maggioranza di influenze R&B/neo soul, ad uno stile più eclettico e di ampio respiro, con riferimenti a musica elettronica, alternative rock, musica da club, raggiungendo un’identità che è evidentemente il prodotto della sua esperienza nell’ampio orizzonte musicale di Londra.

What We Call Life è un disco riflessivo, intimo, a tratti ipnotico e oscuro. La pulizia degli arrangiamenti, la scelta maniacale dei suoni e la grande capacità di scrivere del cantante neozelandese lo rendono forse il disco più maturo di Rakei: anche chi ascolta ha la sensazione che egli sia arrivato all’apice della prima fase della sua carriera. Il disco si apre con Family, primo singolo dell’album, pezzo malinconico e criptico, ma con un ritornello che si imprime nella testa. Totalmente diversa l’atmosfera in Send My Love, secondo pezzo dell’album e secondo singolo, più brillante e “speranzoso” a dispetto di un testo in cui sono presenti luci ed ombre. Un altro brano abbastanza “oscuro”, Illusionci traghetta al terzo singolo del disco, Unguarded, pezzo trainato da un ipnotico giro di basso in cui Jordan parla dell’importanza di lasciar andare e lasciarsi andare. Cloudsquinto pezzo dell’album, è anche il quarto ed ultimo singolo. Interessante il testo, in cui Rakei, anche si in modo indiretto, parla di whiteness, delle sue origini maori, di suo padre, nero,  e del suo rapporto con tutto ciò.

 

La seconda parte del disco inizia con la title-track, un pezzo dal sapore malinconico che rifletto l’inquieta domanda ripetuta nel ritornello: “Is this what we call life?” – “E’ questo che chiamiamo vita?”. I due pezzi successivi, Runaway eWingssono musicalmente molto interessanti dato che sperimentano tempi e suddivisioni dispari: il primo è un brano in 5/4, mentre il secondo presenta una suddivisione in 7/16, ma probabilmente, almeno ad un primo ascolto, non lo noterete subito, grazie alla maestria di Jordan nel nasconderne l’asimmetria. Bracepenultimo brano, è un viaggio quasi cinematico che ci conduce al brano numero dieci, The Floodla quale, come affermato dal proprio autore, vuole strizzare l’occhio ad un futuro nebuloso e indistinto, ma sorprendentemente vicino.

Da CloakWhat We Call Life, come avranno notato i seguaci di Jordan Rakei, c’è stata un bel po’ di strada. Il mood etereo, intimo e talvolta inquieto di questo disco appare infatti ben distante dalle atmosfere più movimentate di sei anni fa, specchio dell’esperienza di un uomo che è cresciuto, musicalmente e non, e che ora si affaccia verso una nuova fase della propria vita e della propria carriera, senza più l’ingombrante etichetta del “D’Angelo bianco”, epiteto da lui stesso detestato. Il futuro è ancora tutto da scrivere per Jordan, e noi saremo qui ad assistere, ascoltare e commentare le gesta di questo grande artista.

 

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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