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Musica Black

Musica Black e Radical Chic

C’è un problema che va affrontato, dentro la musica black.

Intro

 

C’è un problema che va affrontato, dentro la musica black.
Un problema che riguarda l’atteggiamento di certuni che ascoltano la musica black.
Che se ne fanno paladini, che se la dipingono addosso anche con una moderata supponenza, a patto che la musica black sia esattamente quello che loro si aspettano oppure che rappresenti una medaglia che confermi il loro stato di “fruitori di musica superiore”.

Cioè è black Erykah Badu ma non è black Whitney Houston.
Attento, però, quello che segue è molto spesso una provocazione (di conseguenza quello che intendi è principalmente basato sui tuoi stereotipi e se ti infastidisce è perché sei parte del problema).

Quella sera infame dei Soul Train Music Awards

 

Se sei d’accordo con la frase sopra ce l’hai anche tu quel problema.
In pratica sei come quel pubblico afro-americano che quando Whitney cantava ai Soul Train Awards l’ha contestata.
Perché non era abbastanza nera, perché era “musica per i bianchi”, perché non c’era la blackness.

 

Perché il tuo orizzonte sonoro è tappezzato di stereotipi e forse faresti bene a vendere tutta la tua collezione di dischi e inventarti qualcos’altro da fare per passare il tempo. Se ci riesci.
Perché poi non ti è bastato vedere che quell’idiota ha preso la foto del bagno di una Whitney devastata e ne ha fatto la copertina di un disco uscito per la sua etichetta in totale delirio di onnipotenza.
Non ti è bastato vederla a pezzi, quella sera da Oprah o peggio ancora nel suo ultimo disastroso tour dove non era nemmeno l’ombra di sé stessa.
Non ti sei nemmeno accorto di quella volta che per cercare un minimo di tranquillità per non ferire l’ego di suo marito (e magari evitare di litigare un’altra volta) cambiò il nome della sua casa di produzione in modo che riflettesse le generalità di Mr Bobby Brown – maschio, nero – per non minare la sua autostima da King Of The Block nella sua mascolinità tossica che tanti danni poi ha fatto.

 

E ancora non ti sei accorto che questa storia si ripete, che per te che sei perso solo nei fumi del neo soul, della black music quella vera se ha successo non è black.

Potresti essere una brutta persona

 

Perché a te piace essere elitario, ti piace essere quel bianco che però è vicino alle tematiche e alle problematiche degli afro americani. Senza saperne nulla, senza volerle approfondire, senza studiare la storia – lunga e bellissima – senza badare alla sostanza e alla complessità di una materia che cambia e si rinnova da un sacco di tempo, senza il minimo rispetto degli afro americani stessi.
Un qualsiasi radical chic. Peggio dei musicisti quando parlano di altri musicisti (non gli credere mai, sono sempre pronti a dire la massima cattiveria perché solo loro sono i detentori dell’arte, non farti fregare).
Perché per te se una canzone black diventa popolare automaticamente ti comporti come i neri conservatori, urli allo scandalo, all’espropriazione di diritti sull’arte (fa già ridere così) e sei uno di quelli che oggi si fa i selfie con Lemonade di Beyoncé e allo stesso tempo insulta tutti coloro che canticchiano Single Ladies.
Insomma, sei una brutta persona.

Quella sera ai Soul Train Awards Whitney Houston venne contestata. Pesantemente. E lì rivelò tutta la sua blackness. In sostanza si dette da fare per mettersi con Bobby Brown.
Forse lui era abbastanza nero, sei d’accordo? Beh non mi pare che poi la storia d’amore sia andata a gonfie vele, tutt’altro.
Tanto poi questa manfrina del nero ma non abbastanza tu l’hai rifatta. Con Lizzo perché il suo album ha venduto bene, lei è ancora più al di fuori degli standard e ti ha ingannato, ti ha stregato e si è fatta cantare anche sotto la doccia della casalinga di Voghera (con tutto il rispetto sia per Voghera che per le casalinghe, ma è per rendere l’idea).

No, non la devi mettere quella maglietta con il logo della Motown

 

Se c’è un elemento pop tu sbarelli, vai fuori di senno, rifiuti tutto quello su cui stai basando il culto della musica che siccome la ascolti tu allora è fantastica, ma è difficile da trovare, è ostica da ascoltare e per quello meravigliosa. Perché lo dici tu che te ne intendi.
E poi riesci anche a peggiorare la faccenda, arrivando fino al punto di non ritorno.
Perché sei lì a fare il bulletto con i dischi di Frank Ocean con indosso la maglietta con il logo della Motown.
E nemmeno ti rendi conto che proprio la Motown è quella cosa che vorresti cancellare dalla faccia della terra perché se c’è un suono black ma fatto per i bianchi (e studiato proprio per essere così, da un nero) è proprio quello della Motown.
Almeno fino a un certo punto della grande storia di Motown e poi di nuovo (perché diciamocelo chiaramente alla fine i Boyz II Men sono molto più pop di Babyface e stavolta come dicono a Roma stacce).

 

Da parte mia ti dico che non è un male che la musica black possa ANCHE essere pop, che se pensi che la musica per essere black debba essere strana, debba essere solo ed esclusivamente per pochi allora hai proprio seguito le coordinate sbagliate.

Whitney Houston, già, l’artista che le persone che lavoravano con lei tentavano ogni giorno di impacchettare come la principessa Disney ma con la pelle un po’ più scura. La impacchettavano perché non si sapesse nulla della sua vita, del suo passato, ma fosse lì a rappresentare il sogno americano un po’ più scuro con una voce fantastica.
Quelli che lavoravano con lei la presentavano come l’innocente ragazzina americana, assolutamente per bene, educata, sempre vestita come una principessa. O almeno ci hanno provato finché non è esploso tutto. E anche dopo hanno continuato a correre invece di raccogliere i cocci (oh sì sarà lo stesso meccanismo al quale sottoporranno Amy Winehouse, lo sappiamo bene).

Diverso dal contesto Motown dove – forse perché altri tempi rispetto al periodo di massimo splendore di Whitney – ci si concentrava solo sull’immagine sofisticata di una Diana Ross o della coppia Marvin Gaye e Tammi Terrell (che poi Marvin è diventato uno dei più black di sempre insieme al suo compare di etichetta Steveland) ai quali venivano fatti cantare testi che non disturbavano l’America conservatrice.
Diverso ma non meno feroce.

 

Totalmente spersonalizzante. Cosa fortunatamente non accaduta con, che so, Janet Jackson. 

 

Un’altra icona del crossover che sicuramente starai schifando preso come sei a cercare la nuova gemma in vinile di un gruppo fotocopia, possibilmente bianco, che fa black music come negli anni 60 senza avere molto di proprio da offrire.
Se arrivato fin qui ancora non mi hai insultato allora sei predisposto ad ascoltare un’ultima veloce cosa che ho da dirti.

Se pensi ancora che la blackness sia quella cosa che fa di te una persona interessante, della quale ti infiocchetti perché hai comprato l’ultimo di Beyoncé in vinile e lo ostenti come se fosse un trofeo, se pensi che quel disco non sia passato da Single Ladies, da How Will I Know, da Stop In The Name Of Love o da Ain’t No Mountain High Enough allora o non hai capito niente della blackness oppure sei in malafede. Perché, te la scrivo piatta, senza queste canzoni tu non avresti avuto nessuno di quelli che stai ascoltando adesso nella tua playlist alternativa.

O, peggio ancora, sei solo uno che si atteggia. Quasi come se stessi andando in giro dipingendoti la faccia di nero nel peggior insulto che puoi rivolgere a una comunità di persone che discende dai re.
E nemmeno te ne sei accorto.
Ecco, il problema che hai con la black music è che in fondo a te non piace, ma non te ne sei nemmeno accorto.

PS: Beyoncé è miliardaria, giusto per non lasciare nulla al caso. Questo la fa meno “black” adesso? La apriamo una discussione?

Fabio Negri
hello@fabionegri.com

Il battesimo con la musica all’età di 6 anni grazie a Fabrizio, il cugino che lo guida in un mondo fino ad allora frequentato, ma in maniera superficiale. Da allora non si è più ripreso. A casa, nello scaffale di mamma, c’era un disco, ‘Pain In My Heart’ di Otis Redding. Che ancora oggi conserva gelosamente. In radio dal 1985, nelle realtà locali, poi a scrivere su riviste musicali e portali internet e alla fine di nuovo in radio su Radio Milano International. Lavora con la sua passione del digitale e della comunicazione, ma ascolta ancora la musica su vinile. Sempre con lo sguardo su quello che succederà domani, la curiosità innata per le nuove tendenze e la passione di scoprire suoni nuovi e nuovi artisti. E il vizio di voler condividere le scoperte con gli altri.

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