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Philly Soul, 50 anni nel 2021

Philly Soul, 50 anni nel 2021

Cinquant’anni dopo, ancora nessuno lo ferma. Auguri, Philly Soul!

Anche a Philadelphia quando parli di musica soul intendi quella musica che esprime urgenza emotiva e coscienza razziale.
Prendendola alla larga puoi pensare al rhythm and blues e al gospel e trovarti subito nella seconda metà degli anni ’50 dove per vent’anni questa musica si consolida.

Prima del suono di Philadelphia

 

Le coordinate a stelle e strisce sono quelle di Detroit con la Motown, Memphis con la Stax e più avanti nel tempo Philadelphia con la Philadelphia International Records il cui stile rimane ancora oggi identificato e identificante per “il suono di Philadelphia”.
Pochi si ricordano di un’etichetta, la Cameo Parkway Records, che aveva sede a Philadelphia.
Fu in quegli uffici che il presidente Bernie Lowe decise di affidare a Thom Bell la costruzione di una sezione ritmica per iniziare a produrre musica soul.
Quasi parallelamente, in un altro blocco, sempre a Philadelphia, i Delfonics e gli Spinners lavoravano plasmando un suono che sarà identificato di lì a poco come Philly Soul
Come sempre accade, anche questa volta nascono etichette satelliti e proprio da questa piccola galassia spuntano due nomi.
Sono quelli di Kenny Gamble e Leon Huff. Insieme a Thom Bell saranno loro i creatori di un suono unico, inconfondibile, forse eterno.

Philadelphia, Twelfth Street

 

America, Philadelphia, Twelfth Street.
Questo l’indirizzo del Sigma Sound Studio di Joe Tarsia che ha lavorato per anni alla Cameo Parkway come ingegnere del suono. Questo l’indirizzo dove quanto scritto da Gamble, Huff e Bell diventava disco.
Harold Melvin, Teddy Pendergrass, Billy Paul, Patti Labelle. Loro sono tutti di Philadelphia e giocano in casa. Ed è grazie ai loro dischi che a Philadelphia arrivano anche O’Jays, Lou Rawls, Jacksons 5.
Il segreto di quel suono è ovviamente il talento incredibile di Gamble, Huff e Bell ma anche quello di Joe Tarsia che registra e di un gruppo di musicisti di Philadelphia che costruiscono tutte, ma proprio tutte, le parti musicali di quel suono.
Un gruppo di turnisti, certo, ma così come funzionava per Motown anche a Philadelphia la band era la base solida su cui si poggiavano le canzoni. E la band era sempre la stessa.
Mother Father Sister Brother. MFSB. A rappresentare qualcosa che andava al di là del suono spesso festoso della Philadelphia International Records.
A rappresentare unità, famiglia, squadra, solidità. A rappresentare il fatto che quando quei dischi uscivano, con le loro copertine fantastiche per l’epoca, dentro quel cartone c’era un messaggio. Un messaggio black, un messaggio spesso politico, sovversivo, per chi avesse voluto coglierlo senza fermarsi solo alla superficie.

 

Philadelphia International Records

 

Il boomer a Philadelphia e perché quel suono è ancora rilevante

 

Quando qualche boomer ti verrà a parlare di questa storia insisterà sul fatto che all’inizio degli anni ’80, quando furono la disco e il funk insieme al rap a fare in modo che le radio non passassero più il soul e ne decretassero il declino (che poi, diciamocelo per bene, non è mai stato in declino, solo che ci voleva più attenzione per andarlo a scoprire e spesso veniva prodotto con meno soldi a disposizione quindi quel suono là non lo potevi riprodurre perché una house band nessuna etichetta l’aveva tenuta, maledizione, spostando “il carattere del suono” dal brand al singolo produttore per capitalizzare fino in fondo – discografia avida!), allora “la musica bella è finita per sempre”.

E invece non è così. Quella musica ha lasciato una tale impronta che oggi resta rilevante.
Qualcuno può addurre al fatto che il periodo storico, oggi, non può permettersi di ricreare l’ecosistema della Philadelphia International Records (o della Motown, o della Stax, o della Atlantic) perché “non c’è il budget”.
Qualcun altro potrebbe prendere in considerazione il fatto che l’industria discografica sia collassata (Quincy Jones non usa mezzi termini su questo fatto).
Altri ancora potrebbero addirittura spingersi alla considerazione demenziale che il presente con quella musica non abbia più alcuna attinenza.

Però a me resta sempre in testa una domanda.
Questa: siamo sicuri che in quegli studi a Philadelphia fossero impiegati un sacco di soldi per creare quel suono? Proprio sicuri?
Altrettanto sicuri da poter negare che un’etichetta indipendente (quale era la Philadelphia International Records) nonostante contratti capestro di distribuzione (con la Sony) non riuscisse a far quadrare i conti?

E poi quel suono, quella firma. Una firma che è raffigurata da diversi elementi.
Ad esempio tre dozzine di musicisti, del territorio, capaci di suonare qualsiasi cosa venisse loro chiesto ma imprimendo sempre le proprie influenze (e quindi variandolo sistematicamente rispetto alle direttive, rendendolo a tutti gli effetti personale).
Poi la tecnica di registrazione che per intuizione di Gamble e Huff portava tutti gli strumenti ad entrare direttamente nel mixer togliendo ruvidezza nel suono e conferendo maggiore controllo di ciascuno strumento (ai Sigma Sound si usavano 24 piste rispetto alle 8 classiche e nessun microfono di presa diretta che catturasse il suono di tutti gli strumenti insieme).
Poi ancora il missaggio che non teneva conto della radiolina a transistor ma anticipava il suono “dell’HI FI” che di lì a poco avrebbe trovato posto nella maggior parte delle case.
Poi gli artisti che non avevano di certo voci gentili e soffici, voci che venivano lasciate proprio come erano, non venivano pulite perché nel suono di Gamble e Huff l’orchestrazione e il piano dovevano essere al servizio del ritmo e non viceversa. E tutto quello che poteva arricchire il ritmo veniva inserito, con quell’unico scopo di servire il ritmo, la canzone.

 

Il Philly Soul compie 50 anni

 

Il 2021 segna il cinquantesimo anniversario della Philadelphia International Records.
Non ti tengo qui a leggere per mesi perché la sua storia è lunghissima e densa quindi ti rimando a chi l’ha scritta in prima persona e l’ha raccolta nel sito ufficiale.
Ti mando però lì dove ci sono i suoni della Philadelphia International Records raccolti in ventitré (per ora) playlist su Spotify.
Da qui parte una serie di iniziative che ci terrà compagnia per tutto il 2021. E’ la grande festa del suono di Philadelphia che compie 50 anni.
La prima iniziativa è stata quella di rivitalizzare uno dei classici del suono di Philadelphia. Una di quelle canzoni che non sai di aver sentito da sempre. Una canzone che definiresti, oggi, “disco”. Spesso male contestualizzata perché qui si parla dell’esperienza della comunità afro americana, di una canzone che venne adottata per essere il nuovo inno black (solo che a Lift Every Voice And Sing questa cosa non stava bene quindi le cose poi sono state riportate al loro posto).
E in seconda battuta questa canzone è nata come frutto della frustrazione che McFadden e Whitehead provavano nei confronti della Philadelphia International Records che voleva questo pezzo regalato a O’Jays lasciando a McFadden e Whitehead il solo ruolo di autori ma non sotto le luci della ribalta  (ma non è uscita proprio per quella etichetta? Sì, in pratica artisti che si lamentano del Capo, che c’è di strano?).
Questa canzone è stata campionata nel disco delle celebrities di MTV YO! Rap, nel 1979 è stata usata da WBLS la Radio Di New York come inno dell’estate, è stata usata come inno nel baseball, nel football americano e nel basket (già, i 76ers), come musica di ingresso di Larry Holmes il campione dei pesi massimi.
E poi ancora, alla Convention Nazionale dei Democratici del 2008 con Barack Obama e suonata da una banda il giorno della Parata per l’inaugurazione della presidenza Obama.
E oggi eccola qui, con il compito di aprire la festa del Philly Soul che compie 50 anni. In una versione più moderna, con lo stesso messaggio di sempre che è quello di tutti gli artisti che hanno avuto a che fare con il suono di Philadelphia.
Cinquant’anni dopo ancora nessuno li ferma.
Auguri, caro suono di Philadelphia

Fabio Negri
hello@fabionegri.com

Il battesimo con la musica all’età di 6 anni grazie a Fabrizio, il cugino che lo guida in un mondo fino ad allora frequentato, ma in maniera superficiale. Da allora non si è più ripreso. A casa, nello scaffale di mamma, c’era un disco, ‘Pain In My Heart’ di Otis Redding. Che ancora oggi conserva gelosamente. In radio dal 1985, nelle realtà locali, poi a scrivere su riviste musicali e portali internet e alla fine di nuovo in radio su Radio Milano International. Lavora con la sua passione del digitale e della comunicazione, ma ascolta ancora la musica su vinile. Sempre con lo sguardo su quello che succederà domani, la curiosità innata per le nuove tendenze e la passione di scoprire suoni nuovi e nuovi artisti. E il vizio di voler condividere le scoperte con gli altri.

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