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Talez From The Hood

Talez From The Hood: Singleton, Cube e il Village Ghetto Land.

Well Martin’s dream has become Rodney’s worst nightmare.”

1991. Vita dura in quel di South Central, Los Angeles. Boyz ‘N’ the Hood, film del giovane cineasta afroamericano John Singleton, convince la critica e porta al grande pubblico la dura vita dei bassifondi angeleni, esponendo le dinamiche sociali ereditate dall’infelice parentesi politica reaganiana, che accrebbe il divario sociale tra ricco e povero americano (molto spesso nero, oltre che povero e americano) prendendo altresì sottogamba la conseguente tensione razziale tra le minoranze sempre più impoverite. Intanto lo Stato della California deve fare i conti con una drammatica crisi di bilancio che mette ancor più in ginocchio le già precarie ed insufficienti misure di welfare, mentre le gang di LA, in quel periodo molto più sanguinarie e sempre meno legate al retaggio Black Power relativo all’influenza esercitata dall’ormai defunto Black Panther Party, prendono piede e si contendono larga parte delle periferie cittadine, battagliando tra loro e facendo delle strade teatro di costante guerriglia urbana.

Boyz ‘N’ the Hood esce il 12 luglio, giusto qualche mese dopo il brutale pestaggio di Rodney King da parte di diversi poliziotti dell’LAPD e l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di Latasha Harlins, quindicenne afroamericana sospettata di furto in un esercizio commerciale coreano. L’esordio cinematografico di Singleton arriva quindi in un periodo a dir poco caldo: da tempo erano state messe in moto varie iniziative per tentare di arginare l’escalation di violenza tra gang, alcune delle quali volute e patrocinate da figure autorevoli della comunità afroamericana quali Louis Farrakhan, famoso ministro e portavoce della Nation of Islam, e il campione di football e attore Jim Brown.


In ottobre arriva Death Certificate, lucido album del gangsta rapper Ice Cube (vedi N.W.A.), che tra l’altro interpretava l’enigmatico Doughboy di Boyz ‘N’ the Hood. Los Angeles pareva un ordigno sul punto di autoinnescarsi e deflagrare, la caustica narrativa del disco sintomatica del vuoto generazionale che colpisce gli afroamericani nati durante l’epoca del Movimento per i Diritti Civili del reverendo King, di Malcolm X e delle Panthers, una rabbiosa gioventù nera che cresce orfana delle figure di riferimento di qualche decennio addietro nonché priva di alcuna aspettativa o prospettiva per il futuro, costretta a sopportare le regole di vita/morte del Village Ghetto Land (cit.), dove la vita umana non vale granchè, nasci soldato e hai un Vietnam sotto casa tutti i giorni.

Singleton e Cube strizzano l’occhio all’altrettanto discusso Do the Right Thing di Spike Lee, ma l’attitudine è diversa: il problema non sta tanto nel combattere il potere bianco e nel non “believe the hype” come vorrebbero i Public Enemy quanto, per dirla con Cube, non avere a che fare con “the wrong nigga to fuck wit”. All’alba dei Novanta la logica del black & proud venne soppiantata da quella truce e senza ritorno dei niggaz with attitude armati fino ai denti.

1992. Alle 15:15 del 29 marzo il giudice Stanley Weisberg assolve i poliziotti coinvolti nel pestaggio di Rodney King, e nella città degli angeli scoppia l’inferno.

 

Film: Boyz ‘N’ the Hood (John Singleton); Menace II Society (Hughes Bros.); Gang Tapes (Adam Ripp).

Dischi: N.W.A. – Straight Outta Compton; Ice Cube – Death Certificate; Cypress Hill – Cypress Hill.

Libri: Ryan Gattis – Giorni di Fuoco (Guanda, pagg. 380).

 

Luca Impellizzeri.

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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