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Umbria Jazz Winter

Umbria Jazz Winter

Umbria Jazz: bella musica nel Belpaese

Ogni appassionato di musica sa che ogni estate spenderà una cifra considerevole in concerti e festival di ogni tipo, vagando per l’Europa (o per il mondo, chi può permetterselo) al seguito dei propri idoli musicali. Anche l’Italia offre un ricco programma di festival di ogni genere, sparsi un po’ in tutta la penisola. Uno degli storici festival estivi del Belpaese si svolge a luglio in una delle regioni più belle d’Italia, e attira ogni anno migliaia di turisti da ogni parte del mondo. Stiamo parlando di Umbria Jazz, giunto nel 2016 alla sua quarantesima edizione.

Non tutti, però, sanno che Umbria Jazz (così come accade per altri festival) viene organizzato anche in una versione invernale a cavallo del primo dell’anno. Se la manifestazione principale viene realizzata principalmente a Perugia, capoluogo di regione, l’edizione invernale si svolge nella più piccola, intima e meravigliosa Orvieto. E’ sempre stato un mio desiderio coniugare il mio amore per l’Italia con la passione per la musica, e finalmente, alla fine di quest’estate, grazie ad una serie di combinazioni favorevoli, sono riuscito ad organizzare con familiari ed amici una vacanza proprio in umbria in occasione del festival invernale numero ventitré. Per l’Umbria, una regione piuttosto piccola ma davvero bellissima sia artisticamente che peasaggisticamente, il festival è uno degli eventi centrali dell’anno, un qualcosa di cui andare orgogliosi e di cui tutti parlano con entusiasmo. O almeno, è questa l’impressione che ne ho ricevuto io qualche giorno fa ad Orvieto.

Orvieto è un grosso borgo di origine etrusca in provincia di Terni, non distante dal confine tra Umbria e Lazio. La parte nuova della città, Orvieto Scalo, si trova in pianura, mentre la parte più antica si adagia sul colle a ovest della città nuova. Appena prima della vecchie mura che danno accesso al borgo, ci sono ampi e numerosi parcheggi, che si arrivi da nord, sud, est o ovest. Bene: il giorno del nostro arrivo ognuno di questi parcheggi è pieno. Il primo gennaio. A mezzogiorno. Questo per farvi capire la quantità di gente che un evento del genere richiama ogni anno, letteralmente da ogni angolo del mondo.

Una volta parcheggiata l’auto (non con poca fatica) a Orvieto Scalo, ci dirigiamo a piedi verso il centro del borgo. I mille vicoli, vicoletti, viuzze, corsi, stradine e piazze sono colmi di gente che andava e veniva. Ogni attività commerciale, dal kebab al negozio di arredamenti, dal parrucchiere al ristorante, dall’albergo alla gastronomia, presenta all’entrata, in bella mostra, un adesivo giallo e nero con la dicitura “Umbria Jazz Winter 23, Orvieto, 30 dicembre 2015 – 3 gennaio 2016”. Molti, non contenti, diffondono musica jazz di ogni stile ed epoca. Insomma, la parola “jazz” aleggia in ogni angolo della cittadina, creando un’atmosfera poco usuale per un borgo italiano, ma piacevole e a dir poco azzeccata.

Ogni singolo evento organizzato ad Orvieto nella settimana del festival ruota intorno alla musica. Oltre alla miriade di concerti, ognuno organizzato in location incredibili come il Palazzo del Popolo o il Teatro Mancinelli, è possibile assistere a intimi live organizzati durante aperitivi, pranzi o cene, oppure partecipare alla messa gospel nello spettacolare Duomo; i più fortunati sono riusciti ad assistere ad una masterclass tenuta da insegnanti del “Berklee College of Music”, e molti hanno provato l’ebbrezza di suonare davanti o addirittura con i propri idoli durante le jam sessions notturne al Malandrino Bistrot.

In generale, secondo il mio parere, il filo conduttore della manifestazione è un inedito matrimonio tra la ricchezza artistica, storica e culturale italiana (mettiamoci dentro anche il buon cibo) e la musica afroamericana. Un matrimonio ben riuscito, vista la mole di gente accorsa a Orvieto durante il festival. Purtroppo la mia esperienza è stata breve, seppure intensa, e non ho potuto godere appieno della bella atmosfera e delle molteplici occasioni musicali che la settimana offriva; sta di fatto che anche quelle poche ore sono state dense di musica e bellezza. Impagabile la messa nell’incredibile Cattedrale di Maria Assunta, una delle chiese più belle d’Italia. Il Duomo era infatti stracolmo di gente, attirata dai vari mosaici, affreschi, vetrate e dal coro gospel “Light of Love”, gradito ospite durante la celebrazione. Prima e dopo di essa non ci si annoia di certo a vagare in giro per il borgo scoprendo terrazze a picco sulla pianura, vicoli colorati e illuminati di tutto punto, deliziose gastronomie e scorci mozzafiato sul tramonto.

 

Ma il bello, per noi, deve ancora arrivare. Alle 19.00 è previsto l’appuntamento in Piazza del Popolo, una delle piazze centrali della cittadina, per il ritiro dei biglietti dell’unico (per ragione prettamente economiche) concerto a cui abbiamo assistito. La scelta del concerto è stata semplice, anzi, è stata una delle ragioni del viaggio, oserei dire: difficilmente si può dire di no a Jarrod Lawson, ne converrete anche voi. Sta di fatto che ci siamo ritrovati seduti nel bel mezzo alla Sala dei Quattrocento, la vecchia sede del potere orvietano, una delle sale più belle del Palazzo del Popolo di Orvieto. Immaginatevi una stanza dal soffitto piuttosto alto, con i muri ricoperti di antichi affreschi, all’interno di un meraviglioso palazzo medievale carico di storia e arte, di un fascino davvero senza pari, e un palco di fronte a voi dove uno dei vostri idoli canta e suona ciò che più amate nel modo che più amate. Se siete riusciti ad immedesimarvi credo che proverete un po’ di sana invidia.

C’è poco da dire ancora su Jarrod Lawson, vecchia conoscenza del nostro blog. Il suo talento, la sua voce piena di Soul e le sue capaci dita sul pianoforte sono una delle cose migliori che la musica black mi abbia offerto negli ultimi anni. Coadiutavato dalla sua band, i The Good People (Joshua Corry alla batteria, Chancellor Hayden alla chitarra, Christopher Friesen al basso e Molly Foote e Tahirah Memory ai cori), Jarrod ha reso l’atmosfera quasi irreale: se prima di quella serata avessi provato a immaginare una situazione tanto piacevole, avrei dovuto usare davvero tantissima fantasia. Soul, Funk, Jazz, Latin, Groove a palate, trepidazione, emozione ed eccitazione; insomma, Jarrod Lawson non delude mai.

Finita l\’esibizione, ci avviciniamo tutti insieme al palco per un saluto a Jarrod e Tahirah. Abbastanza stupiti dal numero di fan (eravamo in 10) e dalla perseveranza con cui li ho seguiti in giro per l\’Italia (prima Friuli, poi Milano, adesso Umbria), ci confessano il loro amore totale per l\’Italia. Sono assolutamente estasiati da Orvieto, dai suoi vicoli stretti e colorati, dalle sue mura antiche, dai monumenti, dalle piazze, dai panorami, ma soprattutto dal Duomo:

“Tahirah e io stavamo passeggiando per il borgo quando a un certo punto sbuchiamo davanti a questa chiesa meravigliosa, che è anche una delle più importanti d\’Italia… Io non so se ho mai visto niente del genere. Sono completamente innamorato dell\’Italia”.

Tornando in albergo dopo un\’eccezionale mangiata, mi viene in mente una riflessione. A Umbria Jazz ho visto come il connubio tra musica, in questo caso afroamericana, e bellezza italiana sia forte e ben riuscito. Ho visto una compatibilità tra le due cose che mai avrei immaginato, e ciò mi è stato confermato da chi era con me. La speranza di un futuro concreto per la musica black nel nostro paese passa anche da esperienze del genere. Il nostro compito sta nel farle crescere, nel moltiplicarle e nel coinvolgere le persone. Certo non è e non sarà facile, ma è possibile, e me lo conferma il ricordo di Jarrod Lawson che suona la sua musica in una sala affrescata del \’300; quindi non c\’è motivo di non sognare e di non provarci. Siete d\’accordo?

P.S. Purtroppo non abbiamo avuto la possibilità di documentare in formato video, per cui abbiamo utilizzato materiale già presente su Youtube.

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Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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