Bill Withers

Bill Withers – Rest in Peace

Ci ha lasciati Bill Withers, un padre, un nonno a cui affidarsi.

Quando ho visto il post di un mio amico poco fa su Facebook che mostrava una foto sua con Bill Withers ho messo “mi piace” e ho letto il post. Poi ho letto Rest In Peace e sono rimasto un attimo in pausa. Ho detto “No!”. Bill Withers non era sicuramente in attività ultimamente, è fuori dalle scene da un po’. Quando ho chiesto alla mia ragazza di abbracciarmi perché Bill è morto mi ha detto: “ma stava ancora producendo?” io ho risposto di no. Ma non m’importa. Mi sono commosso. Bill per me è stato fondamentale. Nel mio piccolo, essere musicista, amante della musica black, vuol dire aver perso una figura fondamentale.

Non perché lui abbia inventato o portato in auge quel genere ma per come riuscisse a esprimere in modo schietto tutto quello che è la sua musica. Sua perché è trasversale. È etichettato black perché il periodo è quello e sicuramente ne fa parte ma la sua musica parla a tutti. Come ha detto il signor Stevie Wonder (mica uno che passava di lì) quando ha introdotto Bill nella Rock and Roll Hall Of Fame, Bill parla a tutti noi: tutti abbiamo avuto una nonna che seguiva ogni nostro passo per paura ci facessimo male, riferendosi alla canzone “Grandma’s hands” . Tutti siamo stati lasciati citando Ain’t No Sunshine. Tutti abbiamo bisogno di amici a cui possiamo dire Lean On Me cioè appoggiati a me, fidati, ci sono qua io.

https://youtu.be/YCnVrjdgyAk

Bill faceva l’operaio, costruiva bagni per gli aerei! Ad un certo punto, a 32 anni, ha deciso di registrare le sue canzoni e andare in giro nelle case discografiche a proporsi. Queste gli dicevano che era troppo vecchio e che, senza fiati cori e tutto il resto che andava di moda a inizio anni 70, non poteva andare lontano. Lui ha risposto: se devo cambiare la mia musica non fa niente, un lavoro ce l’ho e mi piace.

Giusto per farvi capire il soggetto di cui parliamo. Poche idee ma ben chiare. O come voglio io o “grazie e arrivederci”.

Ad un certo punto qualcuno si decide e producono “Ain’t No Sunshine”, 4° posto dopo Aretha Franklin. Johnny Carson show eccetera. E da lì è tutto in salita. Ma lui non cambia. Rimane con le idee chiare, semplici (non stupide eh, semplici!). Comincia a fare successi con canzoni composte da pochi accordi, testi diretti che parlano della sua vita di tutti i giorni, condite da arrangiamenti minimali, funk, non complicati. Attenzione, non complicato non vuol dire “buona la prima”. I musicisti lo sanno. Prendiamo d’esempio “Use me”, un suo successo che ogni buon musicista con una cultura funk conosce. Renderla come la rendeva Bill con la sua superba band è un’impresa tosta. Credetemi.

C’è un bellissimo documentario su Youtube sulla sua vita che ti fa capire subito la grandezza dia questo artista. Si chiama “Still Bill”

https://youtu.be/S0thRH4qucU

Finisco citando una parte di un discorso che fa riguardo alla sua prima grande casa discografica e alle pressioni che gli faceva:

“se riesci a scrivere una canzone d’amore che parla della nonna, una canzone sulla vulnerabilità, di amicizia, di forza e debolezza che tutti provano hai già quello che serve. Solo ricercando queste sensazioni hai quello che serve. Non ascoltare quello che gli esperti dicono”

Spero di avervi incuriosito almeno un po’ e di aver reso un minimo giustizia a questo musicista di cui tutti dovrebbero conoscere di più la sua musica, non solo la bellissima Ain’t no sunshine.

Nicolò Mariani

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