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Takuya Kuroda – Fly Moon Die Soon

Il 18 settembre è uscito Fly Moon Die Soon, nuovo disco del trombettista, compositore e arrangiatore giapponese Takuya Kuroda, storico collaboratore di Jose James.

E’ noto come il Giappone sia una delle nazioni con la più forte passione per la musica afro-americana, forse ancor più degli Stati Uniti. Ogni anno decine di artisti americani fanno tappa nel paese del Sol Levante ricevendo un’accoglienza da star (spesso molto migliore di quella “casalinga”) e garantendosi di conseguenza vendite discografiche non indifferenti. Ovviamente questo amore per la musica black ha portato il Giappone a produrre artisti di livello assoluto, soprattutto nel campo jazzistico; basti pensare a nomi come Makoto Ozone, Terumasa Hino, Hiromi Uehara e moltissimi altri, capaci di conquistarsi l’olimpo del jazz moderno, collaborando stabilmente con i più grandi musicisti contemporanei. Uno degli artisti nipponici contemporanei più noti è il protagonista dell’articolo di oggi, Takuya Kuroda, trombettista e arrangiatore tra i più richiesti nella scena black attuale.

 

Kuroda nasce nel 1980 Ashiya, cittadina facente parte della prefettura di Kobe. Durante il liceo entra a far parte della big band della scuola, innamorandosi del jazz e cominciando a frequentare le jam session di Kobe, non di rado frequentate da americani di passaggio. Il suo sogno di diventare musicista si realizza quando, nel 2003, ha la possibilità di trasferirsi negli U.S.A. per frequentare il Berklee College Of Music. Successivamente si sposterà a Brooklyn, dove parteciperà ai ben più economici corsi del College of Performing Arts of The New School; qui conosce Jose James, del quale diventerà amico e in futuro assiduo collaboratore. Proprio Jose James sarà il produttore del primo album su etichetta di Takuya Kuroda, Rising Son (Blue Note, 2014), disco magnifico che venne inciso con la band di James stesso (di cui lo stesso Kuroda faceva parte) e che vede un cameo di Lionel Loueke nella traccia Afro Blues. 

Dopo l’interlocutorio Zigzagger, uscito nel 2016 per la Concord Records, arriviamo ai giorni nostri, più precisamente al 18 settembre, giorno della pubblicazione di Fly Moon Die Soon (First World Records), ultimo album del trombettista giapponese.

“Questo album parla dell’ironia che sta tra la grandezza della natura e la bellissima oscenità tipica dell’umanità. Le melodie e i groove vanno dall’essere spirituali all’essere più ‘volgari’. Ci sono voluti due anni per fare questo album. Nel 2018 decisi che non avrei potuto realizzare un album in modo uguale a quelli precedenti. Come regalo di compleanno mi sono regalato due giorni in studio a Brooklyn, solo con me stesso e un fonico, Todd Carter. Ho portato qualche brano che stavo scrivendo a casa per vedere se potevamo riuscire a completarli in quel poco tempo. Abbiamo iniziato rimpiazzando alcuni suoni e aggiungendo diverse cose. Io sorseggiavo caffè, suonavo una grancassa da 26″ e acceleravo il rullante. Alla fine dei due giorni dicevamo tipo ‘wow, non sapevo che potessimo fare della take così buone in questo modo’. Così è partito il processo di creazione dell’album. Tutto era basato sui beat che avevo fatto a casa: invitavo i musicisti uno per uno e aggiungevo o sostituivo delle parti. Sono stato molto attento nello sviluppo dei brani: procedevo nota per nota, parte per parte. Volevo che la musica fosse effettivamente un unione di due differenti metodi di incisione; una parte prodotta in modo sofisticato ed una molto organica suonata live dai musicisti. Ho dei ricordi adolescenziali di alcuni precisi mixtape e volevo realizzare un album che non fosse semplicemente una serie di singoli appariscenti che catturano l’attenzione dell’ascoltatore nei primi trenta secondi, o un disco pieno di ospiti. Piuttosto, essenzialmente ho cercato di lasciar respirare i groove”.

 

Queste le parole di Kuroda riguardo il processo che ha portato alla realizzazione di Fly Moon Die Soon. All’interno del disco troviamo il jazz-funk di ABC e Moody che passa la palla a episodi soulful jazz come Fade e CHANGE, brani che vedono il featuring di Corey King (trombonista presente in questo e altri dischi di Kuroda) alla voce. La title track si presenta come un groove downtempo trascinato da una pesante linea di basso Moog, mentre Do No Why rapisce l’ascoltatore grazie al suo contagioso riff di piano. Oltre alle composizioni originali di Takuya Kuroda, nell’album sono presenti due classici come Sweet Sticky Thing, successo degli Ohio Players con il featuring di Alina Engibaryan alla voce, e la celebre Tell Me A Bedtime Story, capolavoro di Herbie Hancock. L’album si chiude con l’epica TKBK.  In queste nove tracce, insomma, è condensato tutto il talento e tutta la versatilità di Kuroda, uno dei pochi musicisti in grado di unire in modo veramente credibili jazz, funk, post-bop, fusion e hip hop, portando l’ascoltatore nel futuro. Viaggiate con lui, ne vale la pena.

Michele Capasso
assomiki@gmail.com
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